Angelo mio custode,collaboratore della mia salvezza,ti saluto e ti ringrazio,ti prego di vegliare su questo cammino.
martedì 14 febbraio 2012
PREGHIERE DI S.TERESA DI LISIEUX
1. LA MIA VOCAZIONE E’ L’AMORE
"Gesù, Amore mio,
la mia vocazione l'ho finalmente trovata: la mia vocazione è l'amore!
Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa,
e questo posto, Dio mio, me l'hai dato tu! Nel cuore della Chiesa mia Madre,
io sarò l'amore. Così, sarò tutto... e il mio sogno sarà attuato"!
2. ATTO DI OFFERTA ALL’AMORE MISERICORDIOSO DI DIO
Mio Dio, Trinità beata,
Padre, Figlio e Spirito Santo,
io desidero amarti e farti amare.
Desidero, mio Dio, lavorare incessantemente per la glorificazione della santa Chiesa, salvando le anime che sono sulla terra
e liberando quelle che sono nel purgatorio. Signore, io desidero
compiere perfettamente la tua volontà e arrivare al grado di gloria
che per me hai preparato nel tuo regno. Desidero essere santa,
ma sento la mia impotenza. Ti domando, o mio Dio,
di essere tu stesso la mia santità. Tu mi hai amata, o Padre,
fino a darmi il tuo unico Figlio perché fosse il mio Salvatore.
I tesori infiniti dei suoi meriti, dunque, appartengono a me. lo te li offro con gioia. Ti supplico di non guardare a me
se non attraverso il volto di Gesù
e del suo cuore bruciante di amore.
Egli, nei giorni della sua vita mortale ci ha detto: «Tutto ciò che chiederete al Padre in nome mio, ve lo darà». Sono certa che esaudirai i miei desideri. Lo so, mio Dio,
più vuoi dare, più fai desiderare: sento nel mio cuore desideri immensi e ti chiedo con tanta fiducia di venire a prendere possesso della mia anima. - Ti ringrazio, mio Dio,
di tutte le grazie che mi hai concesso, soprattutto di avermi fatto 'passare’ attraverso il crogiolo della sofferenza. Dopo l'esilio della terra,
spero di venire a goderti nella patria.
Ma non voglio ammassare meriti per il cielo. Voglio lavorare solo per tuo amore,
con l'unico scopo di salvare le anime che ti ameranno in eterno
Alla sera di questa vita, mio Dio, comparirò davanti a te a mani vuote. Non ti chiedo, Signore,
di contare le mie opere. Tutte le nostre giustizie hanno macchie ai tuoi occhi.
Voglio rivestirmi della tua giustizia e ricevere dal tuo amore
il possesso eterno di te stesso.
Non voglio altro trono e altra corona che te, Signore!
Ai tuoi occhi il tempo è nulla.
Un giorno solo è come mille anni. Perciò tu puoi prepararmi in un istante a comparire davanti a te.
Per vivere in un atto perfetto di amore, mi offro vittima di olocausto
al tuo amore misericordioso.
Ti supplico di consumarmi senza posa lasciando traboccare nella mia anima i flutti di infinita tenerezza
che sono racchiusi in te. E così possa divenire martire del tuo amore, o mio Dio. Voglio, o mio Signore,
a ogni battito del cuore rinnovare questa offerta un numero infinito di volte, fino a che, svanite le ombre, possa ridirti il mio amore
in un «a faccia a faccia» eterno.
3. GESU’ SOLO
L'ardente mio cuore vuol sempre donarsi, ha bisogno di mostrare la sua tenerezza. Chi potrà ricevere il mio amore?
Chi ricambiarmi amore per amore?
Tu solo, Gesù, puoi saziare l'anima mia. Nulla quaggiù pur rendermi felice.
Non è di qui la vera gioia.
Sola mia pace, sola mia felicità, solo mio amore, Signore, sei tu.
In te, che sapesti creare il cuore delle madri, io trovo ogni paterna tenerezza.
Verbo eterno, Gesù, solo mio amore, il tuo cuore è più che materno per me. Sempre mi segui e mi custodisci,
e quando ti chiamo, subito accorri.
E se qualche volta sembri nasconderti, eccoti presto che mi aiuti a cercarti. A te solo mi attacco, Signore Gesù, corro tra le tue braccia, mi ci nascondo. Voglio amarti con tenerezza infantile
e combattere per te da valoroso soldato.
Il tuo cuore, o Gesù,
che custodisce e rende l'innocenza, non deluderà la mia fiducia.
In te, Signore, la mia speranza ha pace. Ti vedrò in cielo dopo l'esilio.
Quando si leva in me la tempesta, alzo gli occhi verso di te, Gesù,
e nel tuo sguardo misericordioso leggo: creatura ... io ho fatto i cieli per te. So bene che al tuo cospetto,
le mie invocazioni e le mie lacrime sono tutte raggi di grazia.
Ma so anche, o mio Signore, che, nonostante la lode continua che gli angeli ti cantano in cielo, tu cerchi il mio amore.
Tu vuoi il mio cuore, Gesù... eccotelo! A te abbandono ogni mio desiderio. Mio signore e mio re,
io voglio amare soltanto per te quello che amo.
4. HO SETE DI AMORE
Signore Gesù,
tu hai dato la vita per me: io voglio donare la mia a te. Signore Gesù,
tu hai detto: «Amore più grande
non c'è che dare la vita per gli amici». Il mio supremo amore sei tu.
È sera.
Il giorno ormai declina. Resta con me Signore.
Voglio seguirti portando la mia croce. Signore, vieni in mio aiuto
e guidami nel cammino. La tua voce, Signore,
ha un'eco profonda nel mio cuore. Gesù, mio Signore e mio Dio, voglio diventare in tutto simile a te, voglio soffrire e morire con te,
per raggiungere con te
la gioia della risurrezione. Tu, quel gran Dio
che l'universo adora, vivi in me giorno e notte.
E sempre la tua voce mi implora e mi ripete: «Ho sete, ho sete di amore»! Anch'io voglio ripetere
la tua divina preghiera: ho sete d'amore.
Io ho sete d'amore! Sazia la mia speranza, accresci in me, o Signore, il tuo ardore divino.
Ho sete d'amore!
Quale sofferenza, mio Dio, e come grande!
Come vorrei volare da te! Il tuo amore, o Gesù,
è il mio solo martirio; perché più brucia d'amore, più desidera amarti l'anima mia. Gesù, fa' che io
muoia d'amore per te!
5. VIVERE D’AMORE
Signore Gesù, tu hai detto: «Se uno mi ama,
metterà in pratica la mia parola, e il Padre mio lo amerà.
Io verrò da lui con il Padre mio e abiteremo con lui...
Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi: rimanete nel mio amore». Vivere d'amore è custodirti, Verbo increato, Parola del mio Dio. Io ti amo e tu lo sai, o Gesù.
Lo Spirito di amore
mi incendia col suo fuoco. Amando te, Gesù, attiro il Padre nel mio debole cuore,
come tu hai detto. O Trinità, tu sei prigioniera del mio amore. Vivere d'amore
non è piantare la tenda sulla cima del Tabor,
ma salire con te sul Calvario, o Gesù, e desiderare il tesoro della croce.
Vivrò in cielo esultante, quando ogni prova
sarà passata per sempre.
Ma quaggiù voglio vivere d'amore, costi quel che costi,
pagando il prezzo della sofferenza. Vivere d'amore
quaggiù è un darsi smisurato, senza chiedere nessuna ricompensa. Senza far conti io mi dono,
sicura come sono che quando si ama non si fanno calcoli.
lo ho dato tutto al Cuore divino che trabocca di tenerezza!
Non ho più nulla.
La mia sola ricchezza è vivere d'amore.
Leggera è la fatica del cammino, ma se cado, o Gesù,
a ogni passo tu mi raggiungi. Di volta in volta mi sollevi, mi avvolgi nel tuo abbraccio, e mi dai la tua grazia.
lo vivo di amore.
Vivere d'amore
è un navigare incessante,
seminando nei cuori la gioia e la pace. Mi incita la carità, o mio Gesù,
perché ti vedo in tutte le anime sorelle. La carità, ecco la mia sola stella.
Alla sua luce, vogo diritta.
E sulla vela è scritto il mio motto: Vivere d'amore.
Vivere d'amore, che strana pazzia!
Il mondo mi dice: smettila di cantare e bada a non sprecare la tua vita.
I talenti che hai, impiegali utilmente! Ma amarti, Gesù, che perdita feconda! Tutto ciò che sono e che ho è tuo, Gesù. Io voglio cantare lasciando il mondo.
Io muoio di amore.
Morire d'amore, ecco la mia speranza: quando vedrò spezzati i miei lacci, Dio sarà la mia ricompensa:
non voglio altri beni.
Sono tutta presa dal suo amore,
e venga dunque a stringermi a sé per sempre. Ecco il mio cielo, il mio destino:
vivere d'amore.
6. PERCHE’ TI AMO MARIA
Voglio cantare perché ti amo.
Maria, il tuo dolce nome riempie il mio cuore di gioia.
Quando contemplo la tua vita nel Vangelo, non ho più paura di avvicinarmi a te, Vergine piena di grazia.
Tu a Nazaret sei vissuta povera tra i poveri. Tu sei la madre dei poveri,
degli umili, dei piccoli.
Essi possono, senza timore, alzare gli occhi a te.
Tu sei l'incomparabile Madre
che va con loro per la strada comune, per guidarli al cielo.
O Maria, voglio vivere con te, voglio vivere come te,
voglio seguirti ogni giorno.
Mi immergo nella tua contemplazione
e scopro gli abissi d'amore del tuo cuore. Tutti i miei timori svaniscono
nel tuo sguardo materno
che mi insegna a piangere e a gioire.
7. PREGHIERA PER OTTENERE L’UMILTA’
Gesù, tu hai detto:
Imparate da me
che sono mite e umile di cuore
e troverete riposo alle anime vostre». Sì, Signore mio e Dio mio,
l'anima mia riposa nel vederti rivestito della forma
e della natura di schiavo, abbassarti fino
a lavare i piedi dei tuoi apostoli. Ricordo ancora le tue parole: «Vi ho dato l'esempio,
perché anche voi
facciate come ho fatto io.
Il discepolo non è più del Maestro... Se voi comprendete ciò,
sarete beati mettendolo in pratica». Le comprendo, Signore,
queste parole uscite dal tuo cuore mansueto e umile.
Le voglio mettere in pratica con l'aiuto della tua grazia...
Tu però, o Signore, conosci la mia debolezza: ogni mattino prendo l'impegno di praticare l'umiltà
e alla sera riconosco
che ho commesso ancora ripetuti atti di orgoglio. A tale vista
sono tentata di scoraggiamento, ma capisco
che anche lo scoraggiamento è effetto di orgoglio. Voglio, mio Dio,
fondare la mia speranza soltanto su di te. Poiché tutto puoi,
fa' nascere nel mio cuore la virtù che desidero.
Per ottenere questa grazia dalla infinita tua misericordia ti ripeterò spesso:
«Gesù, mite e umile di cuore, rendi il mio cuore simile al tuo».
8. DAVANTI A GESU’ NELLA EUCARESTIA
Con gioia, o Gesù,
vengo ogni sera davanti a te
per ringraziarti dei doni che mi hai fatto e per chiederti perdono delle mancanze che ho commesso.
Vengo a te con fiducia. Ricordo la tua parola: «Non sono quelli che stanno bene
che hanno bisogno del medico, ma i malati». Gesù, guariscimi e perdonami.
E io, Signore, ricorderò che l'anima alla quale tu hai perdonato di più deve amarti di più.
Ti offro tutti i battiti del cuore
come altrettanti atti di amore e di riparazione e li unisco ai tuoi meriti infiniti.
Ti supplico di agire in me
senza tener conto delle mie resistenze. Non voglio avere altra volontà
che la tua, Signore.
Con la tua grazia, Gesù,
voglio cominciare una vita nuova
nella quale ogni istante sia un atto di amore.
9. ALLA TAVOLA DEI PECCATORI
Signore, lo splendore della tua luce ha illuminato il mio cuore.
Ti chiedo perdono
per i miei fratelli peccatori.
Accetto di mangiare del pane della sofferenza fino a quando tu vorrai. Non voglio alzarmi da questa tavola colma di amarezza,
alla quale siedono i peccatori,
prima del giorno che tu hai stabilito... A nome mio e dei miei fratelli, ti ripeto: «Abbi pietà di noi, Signore,
perché siamo peccatori».
Signore, ti prego, liberaci dal peccato e rendici giusti e santi davanti a te. Gesù, se' è necessario
che la tavola che i peccatori hanno sporcato sia purificata da un'anima che ti ama, accetto di mangiare sola il pane della prova fino a quando ti piacerà di introdurmi
nel tuo regno luminoso.
La sola grazia che ti chiedo
è di non offenderti mai... Signore, tu lo sai, non ho altri tesori se non le anime
che a te è piaciuto unire alla mia.
10. IL MIO CANTO DI OGGI
La mia vita è un istante, un'ora che passa,
un momento che mi sfugge e se ne va. Tu lo sai, mio Dio,
che per amarti sulla terra, non ho altro che l'oggi. Ti amo Gesù.
Tende a te la mia anima... Sii tu il mio dolce sostegno. Regna nel mio cuore. Donami il tuo sorriso,
per un giorno solo. Per oggi, per oggi. Che importa, Signore, se l'avvenire è oscuro... No, io non posso pregarti per il domani...
Mantieni puro il mio cuore, coprimi con la tua ombra. E non sia che per l'oggi.
Temo la mia incostanza, se penso al domani.
E sento nascermi in cuore, noia e tristezza.
Ciò che voglio, mio Dio, è la prova, la sofferenza. E che sia per l'oggi.
Dovrò ben vederti, tra poco, sulla riva eterna, o Pilota divino, mano che mi conduci!
Guida la mia navicella in pace fra le onde in tempesta.
E che sia per oggi. Lascia, o Signore,
che mi nasconda nel tuo Volto. Lì il chiasso del mondo
sarà spento per me. Dammi il tuo amore, conservami la tua grazia. E sia per oggi.
Presso il divino tuo cuore, nell'oblio di ciò che passa, non temo più il nemico.
Gesù, donami un posto nel tuo cuore.
Per oggi, per oggi. Pane di vita e del cielo, divina Eucaristia,
o mistero insondabile, frutto dell'amore, vieni, scendi nel mio cuore, Gesù. E sia per oggi.
Santa, sacratissima Vite, degnati di unirti a me. E il mio debole tralcio ti darà i suoi frutti. Potrò offrirti, Signore, un grappolo dorato. Fino da oggi,
lo non ho
che quest'oggi mio fuggitivo per darti in frutto d'amore, questo grappolo di cui ogni chicco è un'anima. Donami tu, Gesù,
il fuoco di un apostolo. E sia per oggi.
Vergine Immacolata,
dolce stella che irraggi Gesù e che mi unisci a lui,
Madre, lascia che io mi nasconda sotto il tuo velo.
E sia per oggi. Angelo Custode, coprimi con le tue ali, rischiarami con la tua luce. Dolce amico, guida dei miei passi, vieni, ti chiama, aiutami.
E sia per oggi. Voglio vedere Gesù,
fuori di ogni nube e di ogni velo. Eppure quaggiù,
gli sono tanto vicina... Il suo amabile volto non mi sarà nascosto che per oggi.
Ben presto volerò a dir le sue lodi. Un giorno senza tramonto splenderà sulla mia anima. Allora canterò
sulla cetra degli Angeli. Canterò l'oggi eterno.
11. «MIA BUONA E SANTA VERGINE»
Mia buona Santa Vergine, fate che la vostra piccola Teresa non si tormenti mai più.
12. [BIGLIETTO DI PROFESSIONE]
O Gesù, mio sposo divino! Che io non perda mai la mia se¬conda veste battesimale, prendimi prima che io commetta la più lieve colpa volontaria. Che io non cerchi e non trovi mai altri che te solo, che le creature siano nulla per me e che io sia nul¬la per loro ma tu Gesù sia tutto! ... Che le cose della terra non possano mai turbare la mia anima, che nulla turbi la mia pace, Gesù io non ti domando che la pace, e pure l'amore, l'amore infinito senza altro limite oltre che te, l'amore in cui non sia
più io ma tu mio Gesù. Gesù che io per te muoia martire, il martirio del cuore o del corpo, o piuttosto entrambi ... Conce¬dimi di adempiere ai miei voti in tutta la loro perfezione e fam¬mi comprendere ciò che deve essere una sposa per te. Fai che io non sia mai a carico della comunità e che nessuno si occu¬pi di me, che io sia considerata calpestata dimenticata come un piccolo granello di sabbia per te, Gesù.
Che la tua volontà sia fatta in me perfettamente, che io arri¬vi al posto che tu hai preparato davanti a me...
Gesù fa che io salvi molte anime, che oggi non ci sia un so¬lo dannato e che tutte le anime del purgatorio siano salvate ... Gesù perdonami se dico cose che non bisognerebbe dire, non voglio che rallegrarti e consolarti.
13. SGUARDI D'AMORE PER GESÙ
Gesù, le vostre piccole spose prendono la decisione di tenere gli occhi bassi in refettorio per onorare ed imitare l'esempio che Voi avete loro dato da Erode. Quando questo empio principe si beffeggiava di Voi, o Bellezza infinita, neppure un lamento
uscì dalle vostre labbra divine, Voi neppure degnaste di fissare su di lui i vostri occhi adorabili. Oh! Senza dubbio, divino Ge¬sù, Erode non meritava di essere guardato da Voi, ma noi che siamo le vostre spose, vogliamo attirare su di noi stesse il vo¬stro sguardo divino; Vi chiediamo di ricompensarci con uno "sguardo d'amore” ogni volta che ci priveremo di alzare gli oc¬chi, e pure Vi preghiamo di non rifiutarci questo dolce sguardo quando avremo mancato poiché noi conteremo sulle nostre de¬bolezze. Faremo un mazzolino che voi non rifiuterete, lo cre¬diamo fiduciosamente. Voi vedrete in questi fiori il nostro de¬siderio di amarVi di rassomigliarVí e Voi benedirete le vo¬stre povere figlie.
O Gesù! Guardateci con amore e donateci il vostro dolce bacio.
Così sia.
14. OMAGGIO ALLA SANTISSIMA TRINITA’
O mio Dio, eccoci prostrate davanti a Voi. Stiamo imploran¬do la grazia di lavorare per la Vostra gloria.
Le bestemmie dei peccatori sono risuonate dolorosamente alle nostre orecchie; per consolarVi e per riparare le ingiurie che Vi fanno soffrire le anime da Voi riscattate, o Trinità adorabile, noi vogliamo formare un concerto di tutti i piccoli sacrifici che faremo per amore vostro. Per 15 giorni offriremo il canto degli uccellini del Cielo che non smettono di lodarvi e di rimprove¬rare agli uomini la loro ingratitudine. Vi offriamo pure, o mio Dio, le melodie degli strumenti di musica e speriamo che la no¬stra anima meriterà di essere una lira armoniosa che Voi farete vibrare per consolarVi dell'indifferenza di tante anime che non pensano a Voi. Vogliamo per 8 giorni ammassare dei diamanti e delle pietre preziose che ripareranno la sollecitudine dei po¬veri mortali i quali affannosamente ricercano le ricchezze transitorie senza riflettere su quelle eterne. O mio Dio! Conce¬deteci la grazia di essere più vigilanti nella ricerca dei sacrifici, di quanto le anime che non vi amano lo sono nell'inseguire i beni della terra.
Infine per 8 giorni il profumo dei fiori sarà raccolto dalle vostre figlie che vogliono con ciò riparare tutte le indelicatezze che vi fanno soffrire le anime sacerdotali e religiose. O beata Trinità, accordateci di essere fedeli e concedeteci la grazia di possedervi dopo l'esilio di questa vita ...
Così sia.
15. «FIORI MISTICI»
Maddalena! Mio Sposo Diletto!
Io sono tutta tua e tu sei tutto mio per sempre. Pagina del titolo
Fiori mistici destinati a formare un cesto di Nozze. Una voce si è fatta udire: «Ecco lo Sposo che viene, anda¬tegli incontro ... » (vangelo)
Aspirazioni
Rose Bianche.
O Gesù! Purificate la mia anima perché divenga degna di essere vostra sposa!
Pratoline.
O Gesù! Concedetemi la grazia di compiere tutte le mie azioni per piacere a Voi solo.
Violette Bianche.
Gesù, dolce e umile di Cuore, rendete il mio cuore simile al vostro! ...
Mughetto.
Santa Teresa, Madre mia, insegnatemi a salvare le anime perché divenga una autentica carmelitana.
Rose Canine.
O Gesù! Servendo le mie Madri e Sorelle io servo solo Voi.
Rose Tee.
Gesù, Maria, Giuseppe concedetemi la grazia di fare un buon ritiro e preparate la mia anima per il bel giorno della mia professione.
Campanule Bianche.
O Santa Maddalena! Ottenete che la mia vita non sia che un atto d'amore.
Caprifoglio.
O Gesù! Insegnatemi a rinunciare sempre per far piacere alle mie sorelle.
Pervinche Bianche.
Mio Dio, io vi amo con tutto il mio cuore.
Peonie Bianche.
O Mio Dio, guardate il Volto di Gesù, e dei poveri pecca¬tori fate degli altrettanti eletti.
Gelsomino.
O Gesù, io non voglio gustare gioia che in voi solo!
Myosotis Bianchi.
O Mio santo Angelo custode! Copritemi sempre con le vo¬stre ali perché non abbia mai la disgrazia di offendere Gesù.
Regina dei Campi.
O Maria! Mia buona Madre concedetemi la grazia di non macchiare mai la veste d'innocenza che mi donaste il gior¬no della mia professione.
Verbene Bianche.
Mio Dio, io credo in voi, spero in voi, vi amo con tutto il mio cuore.
Iris Bianchi.
Mio Dio, vi ringrazio per tutte le grazie che mi avete con¬cesso nel corso del mio ritiro.
Grande Giorno è Arrivato.
Gigli.
Gesù, mio Diletto, ora voi siete tutto mio e io sono, per sempre, la vostra piccola Sposa!!!...
16. [PREGHIERA A GESÙ NEL TABERNACOLO]
O Dio nascosto nella prigione del tabernacolo! È con letizia che ritorno a voi ogni sera per ringraziarvi delle grazie che mi avete accordato e per implorare da voi il perdono per le man¬canze che ho commesso nella giornata che sta scorrendo come un sogno ...
O Gesù! Come sarei felice se fossi stata proprio fedele, ma ahimé! spesso alla sera sono triste perché sento che avrei potu¬to rispondere meglio alla vostra grazia ... Se fossi stata più uni¬ta a Voi, più caritatevole con le sorelle, più umile e più mortifi¬cata, proverei meno pena nell'intrattenermi con voi nell'ora¬zione. Tuttavia, o mio Dio, ben lungi dallo scoraggiarmi alla vista della mia miseria, vengo a voi con fiducia, rammentando¬mi che: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». Vi supplico quindi di guarirmi e di perdonarmi, e io mi ricorderò Signore «che l'anima cui più avete perdonato, vi deve amare più delle altre! ...» Vi offro tutti i battiti del mio cuore come tanti altri atti d'amore e di riparazione e li unisco ai vostri meriti infiniti. Vi supplico, o mio Divino Sposo, di essere voi stesso il Riparatore della mia anima, di agire in me senza tenere conto della mia resistenza, perché io non voglio
avere più altra volontà che la vostra; e domani, con l'aiuto del¬la vostra grazia, ricomincerò una vita nuova di cui ogni istante sarà un atto d'amore e di rinuncia.
Dopo essere venuta quindi ogni sera ai piedi del vostro Alta¬re, arriverò infine all'ultima sera della mia vita, allora inizierà per me il giorno senza tramonto dell'eternità dove mi riposerò sul vostro Divino Cuore dalle lotte dell'esilio ...
Così sia.
17. [PREGHIERA PER IL SEMINARISTA BELLIÈRE]
O mio Gesù! Vi ringrazio per aver esaudito uno dei miei de¬sideri più grandi: avere un fratello, prete e apostolo ...
Mi sento molto indegna di questo favore tuttavia poiché vi siete degnato di accordare alla vostra povera piccola sposa la grazia di lavorare in modo speciale alla santificazione di un'a¬nima destinata al sacerdozio, io vi offro per lei con letizia, tutte le preghiere e i sacrifici di cui posso disporre; vi chiedo, o mio Dio di non guardare a quella che sono, ma a quella che dovrei o vorrei essere, cioè una religiosa infiammata totalmente dal vo¬stro amore.
Voi lo sapete, Signore, la mia unica ambizione è di farvi conoscere e amare, ora il mio desiderio sarà realizzato; non posso che pregare e soffrire, ma l'anima a cui vi degnate di unirmi con i dolci legami della carità andrà a combattere nella pianura per guadagnarvi dei cuori, ed io, sulla montagna del Car¬melo, vi supplicherò di donarle la vittoria.
Divino Gesù, ascoltate la preghiera che vi rivolgo per co¬lui che vuole essere vostro Missionario, proteggetelo in mezzo ai pericoli del mondo, fategli sentire sempre più il nulla e la va¬nità delle cose passeggere, e la letizia di saperle disprezzare per vostro amore. Fin d'ora il suo apostolato sublime si eserciti su coloro che gli stanno vicino, che sia un apostolo, degno del vostro Sacro Cuore ...
O Maria! Dolce Regina del Carmelo, è a voi che affido l'ani¬ma del futuro prete di cui sono l'indegna sorella. Degnatevi, fin da ora, di istruirlo con lo stesso amore con cui toccaste il Divino Bambino Gesù e lo avvolgeste nelle fasce, perché egli possa un giorno salire al Santo Altare e avere fra le sue mani il Re del Cielo.
Vi chiedo ancora di proteggerlo sempre all'ombra del vostro manto verginale, sino al felice momento in cui lasciando questa valle di lacrime, potrà contemplare il vostro splendore e gioire per tutta l'eternità dei frutti del suo glorioso aposto¬lato ...
Teresa di Gesù Bambino rel. carm. ind.
18. PREGHIERA DI CELINA E DI TERESA
Io vi dico, se due fra di voi si accordano sulla terra, qualsiasi cosa chiedano, l'otterranno da mio Padre che è nei Cieli. Poi¬ché là dove due sono riuniti nel mio nome, io sono sin mezzo a loro.
(San Matteo, cap. XVIII vv. 19-20).
O mio Dio! Noi vi chiediamo che mai i vostri due gigli siano separati sulla terra. Essi consolarvi insieme per il po¬co amore che trovate in questa valle di lacrime, e nell'eternità le loro corolle brillino dello stesso splendore ed espandano lo stesso profumo quando si inclineranno verso di voi! ...
Celina e Teresa
Ricordo della notte di Natale 1895.
19. [OFFERTA DELLA GIORNATA]
Mio Dio, vi offro tutte le azioni che compirò quest'oggi con le intenzioni e per la gloria del Sacro Cuore di Gesù; voglio san¬tificare i battiti del mio cuore, i miei pensieri e le mie opere, anche le più semplici, unendole ai suoi meriti infiniti, e ripara¬re le mie mancanze gettandole nella fornace del suo amore misericordioso.
O mio Dio! Voglio domandarvi per me e per quelli che mi sono cari, la grazia di adempiere perfettamente la vostra santa volontà, di accettare per vostro amore le gioie e le pene di questa vita passeggera perché noi siamo un giorno riunite nei Cieli per tutta l'eternità. Così sia.
20. FA CHE IO TI ASSOMIGLI
Fa che io t A.
21. CONSACRAZIONE AL VOLTO SANTO
Le parole in corsivo sono scritte da Teresa con l'inchiostro rosso.
«Signore, nascondeteci nel segreto del vostro Volto...!» suor C. Genoveffa di Santa Teresa - Maria del Volto Santo suor L.J. Maria della Trinità e 'del Volto Santo
suor Maria F. Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo.
Il più piccolo movimento di puro Amore è più utile alla Chie¬sa di tutte le altre opere riunite ... È dunque della massima importanza che le nostre anime si esercitino molto nell'Amore, perché consumandosi rapidamente non si arrestino troppo qui in terra e arrivino rapidamente a vedere Gesù, Faccia a Faccia ... Consacrazione al Volto Santo
O Volto Adorabile di Gesù! Poiché vi siete degnato di sce¬gliere in modo particolare le nostre anime per donare loro voi stesso, noi ve le consacriamo ... Ci sembra, O Gesù, di udirvi dire a noi stesse: «Apritemi mie sorelle, mie spose dilette, per¬ché il mio Volto è coperto di rugiada e i miei capelli di gocce notturne». Le nostre anime comprendono il vostro linguaggio d'amore, noi vogliamo detergere il vostro dolce Volto e conso¬larvi dell'oblío dei cattivi, ai loro occhi voi siete come nasco¬sto, vi considerano come un oggetto di disprezzo ...
Volto più bello dei gigli e delle rose di primavera! Voi non siete nascosto ai nostri occhi ... Le Lacrime che velano il vostro sguardo divino ci appaiono come dei diamanti preziosi che vogliamo raccogliere per acquistare con il loro valore infinito le anime dei nostri fratelli.
Dalla vostra Bocca Adorata noi abbiamo inteso il lamento d'a¬more; comprendendo che la sete che vi consuma è una sete d'Amore, noi vorremmo, per dissetarvi, possedere un Amore in¬finito ... Sposo Diletto delle nostre anime, se noi avessimo l'a¬more di tutti i cuori, tutto quest'amore sarebbe vostro ... E via! Donateci questo amore e venite a dissetarvi nelle vostre piccole spose ...
Anime Signore, abbiamo bisogno di anime ... soprattutto di anime d'apostoli e di martiri, perché attraverso loro noi incen¬diamo del Vostro Amore la moltitudine dei poveri peccatori.
Volto Adorabile, noi sapremo ottenere da voi questa grazia! ... Dimenticando il nostro esilio sulle rive dei fiumi di Babilonia, canteremo ai vostri Orecchi la più dolce delle melodie; poiché voi siete la vera, l'unica Patria dei nostri cuori, i nostri cantici non saranno cantati in terra straniera.
O caro Volto di Gesù! Attendendo il giorno eterno in cui con¬templeremo la vostra gloria infinita, il nostro unico desiderio è di rapire i vostri Occhi Divini nascondendo anche il nostro volto perché qui in terra, nessuno possa riconoscerci ... il vo¬stro Sguardo Velato, ecco il nostro Cielo, o Gesù!
Firmato:
Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo - M. della Trinità e del Volto Santo - G. di Santa Teresa Maria del Volto Santo.
22. «PADRE ETERNO, IL VOSTRO UNICO FIGLIO»
Tutto ciò che domanderete a mio Padre, in Nome mio, Egli ve lo darà ...
Padre Eterno, il vostro unico Figlio, il dolce Bambino Ge¬sù è mio poiché me lo avete donato.
Io vi offro i meriti infiniti della sua divina Infanzia e vi domando in suo Nome di chiamare alle gioie del Cielo innu¬merevoli falangi di piccoli bambini che seguiranno eterna¬mente il Divino Agnello.
23. [A GESÙ BAMBINO]
Io sono il Gesù di Teresa
O Piccolo Bambino! Mio unico Tesoro, io mi abbandono ai tuoi Divini Capricci, io non voglio altra gioia che quella di farti sorridere. Imprimi in me la tua grazia e le tue virtù infantili, perché nel giorno della nascita al Cielo, gli angeli e i santi rico¬noscano nella tua piccola sposa
Teresa di Gesù Bambino.
24. «PADRE ETERNO, POICHÉ MI AVETE DATO»
«Proprio come in un regno ci si procura tutto ciò che si vuole con l'effigie del principe, così con il pezzo prezioso della mia Santa Umanità, che è il mio Adorabile Volto, voi otterrete tut¬to ciò che vorrete».
(Nostro Signore a suor Maria di San Pietro).
Padre Eterno, poiché mi avete dato in eredità il Volto Adorabile del vostro Divin Figlio, io ve lo offro e vi chiedo in cambio di questo Pezzo infinitamente prezioso di dimen¬ticare le ingratitudini delle anime che vi sono consacrate e di perdonare i poveri peccatori.
25. [AL VOLTO SANTO]
Io sono il Gesù di Teresa
O Volto Adorabile di Gesù, sola Bellezza che fa gioire il mio cuore, degnati di imprimere in me la tua Divina Rassomiglian¬za, perché tu non possa guardare l'anima della Tua piccola sposa senza contemplare Te stesso.
O mio Diletto, per tuo amore, io accetto di non vedere qui in terra la dolcezza del tuo Sguardo, di non sentire l'inesprimi¬bile bacio della tua Bocca, ma ti supplico di infiammarmi del tuo amore perché mi consumi rapidamente e compaia presto davanti a te.
Teresa del Volto Santo.
26. «SIGNORE, DIO DEGLI ESERCITI»
Preghiera ispirata da un'immagine rappresentante la Venerabile Giovanna d'Arco.
Signore, Dio degli eserciti, che ci avete detto nel vostro Van¬gelo: «Non sono venuto a portare la pace ma la spada» armate¬mi per la lotta, io ardo di combattere per la vostra gloria, ma vi supplico, fortificate il mio Scoraggio ... Allora con il Santo re David io potrò gridare: «Voi solo siete il mio scudo, e voi, Signore, preparate le mie mani alla guerra ... ».
O mio Diletto! Io comprendo a quale combattimento voi mi destinate, non è sui campi di battaglia che io lotterò ...
Io sono prigioniera del vostro Amore, ho liberamente ribadi¬to la catena che mi unisce a Voi e mi separa per sempre dal mondo che voi avete maledetto ... La mia spada non è altro che l'Amo¬re, con esso io scaccerò lo straniero dal regno. Vi farò procla¬mare Re nelle anime che rifiutano di sottomettersi alla vostra Potenza Divina.
Senza dubbio, Signore, uno strumento debole come me stes¬sa non vi è necessario, ma Giovanna vostra vergine e valorosa sposa ha detto: «Bisogna combattere perché Dio doni la vit¬toria». O mio Gesù, io combatterò quindi per vostro Amore fino alla sera della mia vita. Poiché non avete voluto gustare riposo sulla terra, io voglio seguire il vostro esempio e spero così che questa promessa uscita dalle vostre labbra Divine si realizzerà per me: «se qualcuno mi segue, in qualsiasi luogo io sia egli pure vi sarà, e il Padre mio l'onorerà».
Essere con voi, essere in voi, ecco il mio unico desiderio ... la certezza che voi mi date della sua realizzazione mi fa sop¬portare l'esilio in attesa del giorno radioso del Faccia a Faccia eterno! ...
27. «O SANTI INNOCENTI ... O SAN SEBASTIANO»
O Santi Innocenti! Che la mia Palma e la mia Corona asso¬miglino alle vostre!
O San Sebastiano! Ottenetemi il vostro amore e la vostra va¬lentia perché io possa combattere come voi per la gloria di Dio! ...
O Glorioso Soldato di Cristo! Voi che per l'onore del Dio degli eserciti avete vittoriosamente combattuto e riportata la palma e la corona del Martirio, ascoltate il mio segreto: «Co¬me l'angelico Tarcisio io porto il Signore». Non sono che una fanciulla e tuttavia devo lottare ogni giorno per conservare l'inistimabile tesoro che si cela nella mia anima ... Spesso de¬vo far diventare rossa con il sangue del mio cuore l'arena del combattimento ...
O Potente Guerriero! Siate il mio protettore, sostenetemi con le vostre braccia vittoriose e io non paventerò le potenze nemiche. Con il vostro aiuto combatterò fino alla sera della vi¬ta, allora voi mi presenterete a Gesù e dalla sua mano io ri¬ceverò la palma che mi avete aiutato a cogliere! ...
28. [ATTO DI FEDE]
Mio Dio, con l'aiuto della vostra grazia sono pronta a versa¬re tutto il mio sangue per affermare la mia fede.
(altra lettura: per ognuno degli articoli del Simbolo).
29. PREGHIERA PER OTTENERE L'UMILTA
O Gesù! Quando voi foste viatore sulla terra, avete detto: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ri¬poso per le vostre anime». O Potente Monarca dei Cieli, sì la mia anima trova riposo vedendovi rivestito della forma e della natura di schiavo, abbassarvi fino a lavare i piedi dei vostri apostoli. Mi rammento allora le parole che avete pronunciato per farmi imparare a praticare l'umiltà: «Vi ho dato l'esempio perché voi pure facciate quanto io ho fatto, il discepolo non è più grande del Maestro ... Se voi lo comprendete, sarete beati nel praticarlo». Io comprendo, Signore, queste parole uscite dal vostro Cuore, dolce e umile, voglio praticarle con l'aiuto della vostra grazia.
Mi voglio abbassare umilmente e sottomettere la mia volon¬tà a quella delle mie sorelle, non contraddicendole in nulla e senza indagare se hanno o meno il diritto di comandarmi. Nes¬suno, o mio Diletto, aveva questo diritto verso di voi, e tut¬tavia voi avete obbedito non soltanto alla S. Vergine e a S. Giuseppe, ma anche ai vostri carnefici. Ora è nell'Ostia che io ve¬do il vertice dei vostri annientamenti. Quale umiltà, o divino Re di Gloria, nel sottomettervi a tutti i vostri preti senza fare alcuna distinzione fra quelli che vi amano e quelli che, ahimé, sono tiepidi e freddi al vostro servizio ... Al loro richiamo voi discendete dal cielo, possono anticipare, ritardare l'ora del S. Sacrificio, voi siete sempre pronto ...
O mio Diletto, sotto il velo della Ostia bianca Voi mi ap¬parite dolce e umile di cuore! Per insegnarmi l'umiltà voi non potete abbassarvi di più, così anch'io per rispondere al vostro amore, desidero che le mie sorelle mi mettano sempre all'ulti¬mo posto e bene mi persuada che questo è il mio.
Vi supplico, mio Divino Gesù, di inviarmi un'umiliazione ogni volta che tenterò di innalzarmi sopra le altre.
Lo so, mio Dio, voi abbassate l'anima orgogliosa ma a quella che si umilia donate un'eternità di gloria, io voglio quindi mettermi all'ultimo posto, condividere le vostre umiliazioni per «avere parte con voi» nel regno dei Cieli.
Ma Signore, la mia debolezza vi è conosciuta; ogni mattino decido di praticare l'umiltà e alla sera riconosco che ho com¬messo ancora molte colpe d'orgoglio, a questa constatazione sono tentata di scoraggiarmi ma, lo so, lo scoraggiamento è anche or¬goglio, io voglio, dunque, o mio Dio, fondare su Voi solo la mia speranza; poiché voi potete tutto, degnatevi di far nascere nel¬la mia anima la virtù che io desidero. Per ottenere questa gra¬zia dalla vostra infinita misericordia io vi ripeterò molto spes¬so: «O Gesù, dolce e umile di cuore, rendete il mio cuore simile al vostro!».
30. «SE FOSSI LA REGINA DEL CIELO»
O Maria, se fossi la Regina del Cielo e voi foste Teresa, vor¬rei essere Teresa perché voi foste la Regina del Cielo!!! ...
8 settembre 1897
domenica 12 febbraio 2012
BEATA EUSTOCHIO VITA DELLA VERGINE PADOVANA
MONACA PROFESSA DELL'ORDINE BENEDETTINO CHIESA DI S. PIETRO - PADOVA
Beata Eustochio (B. Lucrezia Bellini) Monaca Benedettina - Padova 1444-1469
Con l'autorevolissima consulenza di C. Gasparotto, P. Sambin, C. Bellinati e L. Maschietto, nel 1965 un gruppo di alunni del «Tito Livio» di Padova (Giuliana Anselmii, Pier Franco Beatrite, Francesco Iori, Isabella Mazzucco, Anna Pagnotta, Mariarosa Salmazzo, Roberta Spagna) compi un'importante ricerca riguardante la padovana Beata Eustochio. Il lavoro venne poi affidato alle Suore Dorotee. Sia pure a distanza di anni, riteniamo che il lavoro meriti la pubblicazione.
PREGHIERA ALLA BEATA EUSTOCHIO
O potente nostra avvocata Beata Eustochio, tu fosti suscitata fra noi da Dio, per essere un luminoso modello di virtù, soprattutto di straordinaria pazienza.
La tua vita, segnata dalla Croce, ne è prova evidente. Prega ora per noi. Ottienici, ti preghiamo, la grazia di camminare sulla scia dei tuoi esempi e di considerare le tribolazioni e le sofferenze di questa vita, come un dono che ci viene dalla mano paterna di Dio, per il nostro vero bene.
Fa' che abbracciamo, a tua imitazione, con pace e fiducia, le sofferenze della nostra vita, certi di essere un giorno premiati dal Dio della pazienza e della consolazione.
Sia Egli stesso l'abbondante ricompensa, per quanti si sottomettono volentieri alle sue amabilissime disposizioni. Così sia. Padre - Ave - Gloria
(Imprimatur Padova, 29-3-2000, Mons. Dr. Mario Morellato. Vic. Gen.)
Nel 1405, a Padova, cadde la Signoria dei Carraresi, e ad essa, per la spontanea dedizione del popolo padovano, subentrò la dominazione veneziana. Questa si dimostrò subito intelligente e feconda dopo i due secoli di tirannide dei Da Romano e dei Da Carrara, sia per quel che riguarda l'organizzazione politica e amministrativa sia per l'incremento economico e culturale.
Il territorio padovano fu suddiviso in sette podesterie e sei vicarie. Il governo di Padova fu così organizzato: ogni sedici mesi il Senato Veneziano vi mandava due senatori a sostenervi, uno la carica di podestà con potere giudiziario, l'altro la carica di capitano con poteri militari. Inoltre venivano inviati due nobili come camerlenghi con il compito di amministrare il denaro pubblico, dipendenti dal podestà, e altri due nobili in qualità di castellani a capo del presidio militare e dipendenti dal capitano. Un Consiglio Maggiore rappresentava il governo civico di Padova che eleggeva le magistrature subalterne e i sei vicari. Esso aveva i suoi Statuti, una specie di codici legislativi, che nel 1420 furono migliorati dal Senato Veneziano ed assunsero il nome di «Codice riformato».
Quello che però c'interessa più da vicino è la situazione religiosa della Padova quattrocentesca. Innanzi tutto il dominio veneziano portò una novità anche nel campo dell'amministrazione ecclesiastica di Padova: infatti i Vescovi di questa città che erano sempre stati eletti direttamente dal Pontefice Romano, da allora vennero eletti dal Senato della Repubblica e scelti quasi sempre fra i patrizi delle più cospicue famiglie veneziane.
È opportuno ricordare che i Patriarchi di Venezia non s'intitolarono mai alla maniera delle altre chiese «Per la grazia di Dio e della Sede Apostolica», ma sempre «Per la divina clemenza» ovvero « Miseratione divina»: il che sta ad indicare quel continuo atteggiamento d'insofferenza, caratteristica della Repubblica di Venezia, verso qualsiasi forma d'imposizione esterna.
Nel 1469 a Padova fu istituito il primo Monte di Pietà per opera del frate Michele di Milano, esimio predicatore, con il benefico scopo di evitare ai poveri i prestiti ad usura dei ricchi commercianti ebrei. Inoltre, sotto il dominio veneziano, nel XV sec., la città fu abbellita di notevoli costruzioni sacre come la chiesa di S. Francesco del 1420; la cupola centrale della Basilica di S. Antonio del 1424; la chiesa di S. Giovanni di Verdara del 1450, e di utili costruzioni profane come l'ospedale civico del 1420 e il palazzo del Capitano del 1428.
Poche città avevano, come Padova, un numero così grande di chiese, parrocchie, conventi, monasteri, confraternite. Si pensi che su una popolazione che ancora non raggiungeva i 30.000 abítanti, v'erano oltre 20 conventi di frati e quasi 30 di monache, senza contare le altre chiese minori e le parrocchie che complessivamente superavano la trentina.
Nonostante questo cospicuo numero di chiese che avrebbe fatto bene sperare per la vita religiosa della città, grande era la corruzione negli ambienti ecclesiastici, come del resto in gran parte d'Europa, tant'è che da ogni dove si levavano voci di protesta che chiedevano una pronta ed efficace riforma dei costumi.
Non si dimentichi che siamo al tempo dei grandi Concilii di Costanza e di Basilea, dove già si comincia a parlare, non più sporadicamente, di riforma, e che d'altra parte, nel XV sec., si conclude il secondo grande ciclo della storia della Chiesa in una profonda crisi morale, religiosa, teologica che prelude alla crisi d'unità e d'autorità del '500. A Padova, in particolare, la rilassatezza dei costumi trovò un momento favorevole nei mesi della vacanza della Sede Vescovile, dopo la morte di Fantino Dandolo nel 1459, e della controversia che ne seguì tra il Papa Pio II Piccolomini e il Senato Veneziano per l'elezione del successore, che fu poi, di comune accordo, eletto nella persona di Iacopo II Zeno, uomo letterato e di illibati costumi. Egli, come vedremo, attuò nella sua diocesi una riforma dei costumi con polso fermo e deciso. È in questa cornice storica che si svolge la vita della Beata Eustachio cui è dedicata questa ricerca.
I
Ad occidente di Padova, presso le ultime mura, sorgeva nel XV secolo il monastero di S. Prosdocimo dell'ordine benedettino, dove la disciplina era molto rilassata. Non esistendo ancora il salutare freno della clausura, istituita dal Concilio di Trento, potevano entrarvi giorno e notte laici e secolari. Le educande e soprattutto le monache avevano un comportamento tutt'altro che religioso; tra queste ultime la vecchia Maiorina, che in gioventù aveva amato indulgere ai piaceri, ora era divenuta maestra di malcostume alle altre. Il Barozzi, uno dei biografi della Beata, senza molti eufemismi definiva quel monastero un «Lupanar». Maiorina, dunque, nel 1442 si recò sulla collina di Gemola, a tre miglia da Este (Padova), dove sorgeva la chiesa di S. Giovanni, con annesso monastero delle Vergini Benedettine che era stato edificato nel 1221 sotto il patrocinio della Beata Beatrice, figlia di Azzone VIII, marchese d'Este, e di Leonora, figlia di Tommaso III, conte di Savoia. Maiorina indusse una di queste monache, Maddalena Cavalcabò, a seguirla nel monastero di S. Prosdocimo, col pretesto di farle cambiare aria, mentre in cuor suo già l'aveva destinata al peccato.
A Padova, nell'orto del monastero di S. Prosdocimo, c'era in quel tempo la casa di un certo Bartolomeo Bellini, un giovane già ammogliato, tanto affascinante quanto corrotto. Per macchinazione di Maiorina, Maddalena incontrò costui nel chiostro: dapprima stupita, poi compiacente, la giovane monaca cedette alle sue lusinghe. Quando la sciagurata Maddalena si accorse che stava per diventare madre, terrorizzata e smarrita, per consiglio di Maiorina si finse malata onde evitare uno scandalo nel monastero di Gemola e rimase a S. Prosdocimo finché diede alla luce una bambina. Poi tornò a Gemola dove, pentita, cercò di redimersi e morì in grazia di Dio.
Così nel 1444, mentre era Vescovo di Padova Pietro VII Donato e podestà Ser Luca Tron l'Avogador de Comun, nacque Lucrezia Bellini, così battezzata per volere del padre che l'affidò ad una nutrice fino all'età di quattro anni. Poi la prese con sé, ma la matrigna la odiava, in quanto vedeva in lei la prova del peccato del marito. Il padre, istigato dalla moglie, finì anch'egli per maltrattarla tanto da bastonarla in pubblico.
Fin da piccina Lucrezia fu molto devota a S. Gerolamo e alla Vergine. Quando aveva quattro anni, si cominciò a supporre che fosse posseduta dal demonio; ma non era indemoniata, bensì ossessa; conservava cioè sempre lucida la mente. Spesso si mostrava sgarbata ed arrogante verso i familiari; ma ciò non era frutto della sua volontà, bensì delle vessazioni del demonio; comunque anche in quei momenti la sua mente si manteneva sempre raccolta in Dio.
Fu sottoposta agli esorcismi rituali e sembrò che il demonio se ne fosse andato. Pur non avendo crisi violente continuò ad essere intollerante col padre e con la matrigna e per questo veniva spesso picchiata.
II
Il padre, quando la bambina aveva sette anni, si mise in mente che ella lo volesse avvelenare e per prevenirla pensò di ucciderla lui. Secondo il parere di alcuni biografi (Cordara, Salìo, Barozzi, Salicario) era il demonio ad ispirargli tali pensieri. Ma poi, non volendo che ella morisse, il demonio gli suggerì di affidarla alle monache dello stesso monastero dov'era nata, affinché in mezzo a tanta corruzione anch'ella si perdesse.
Nel 1451, mentre era Vescovo di Padova Fantino Dandolo (1448-1459) e podestà Ser Mattio Vitturi l'Avogador de Comun, il padre affidò la bambina alle monache di S. Prosdocimo, non tanto perché le venisse data un'educazione religiosa, che certo in quel monastero non si impartiva, ma solo perché imparasse i soliti lavori femminili, avendo intenzione di farla fidanzare e poi sposare.
Tra le educande ella era la più giovane e l'unica che conducesse una vita illibata nella generale corruzione. In quell'anno la comunità si componeva di sette monache più la Badessa: le monache conducevano una vita oltremodo fatua, uscendo di frequente dal monastero, mischiandosi ai secolari e ricevendone nei chiostri; tutto ciò a grave danno del loro buon nome e con disonore del loro istituto. Ma la perfidia di quelle monache arrivò al punto, tra gli altri delitti, di accelerare col veleno la morte della Badessa, una donna di sani costumi, che proibiva loro di uscire dal monastero e di conversare, cercando di ricondurle ad una vita più religiosa e suscitando così il loro risentimento.
III
Alla morte della Badessa, il Vescovo di Padova Iacopo II Zeno (1460-1481) proibì loro di eleggerne una nuova secondo il costume dell'epoca: infatti esse avrebbero certamente eletto una di loro e la vita del monastero sarebbe continuata in quella maniera disgustosa, mentre il Vescovo voleva por fine a quello scandalo.
Monache ed educande, temendo una riforma, fuggirono presso parenti ed amici; nel monastero rimase soltanto Lucrezia. Fu aperto un processo nel 1460 col Vicario Pavini e Marco Negri, Vescovo di Cataro, e si trovò più di quanto si pensasse. Negli atti del processo si legge anche l'esame di Lucrezia, da cui risulta che certamente fu il braccio divino a sottrarla al cattivo esempio delle educatrici.
Il Vescovo allora pensò di fondare una nuova comunità a S. Prosdocimo e trasse dal monastero della Misericordia Giustina de Lazara, nobile padovana e pia monaca, ed altre suore con educande di migliori costumi, per trasferirle a S. Prosdocimo, creando Badessa la de Lazara.
Lucrezia chiese allora di vestire l'abito monacale; le altre monache però non la vedevano di buon occhio, essendo a conoscenza delle sue origini e credendo che anche lei fosse corrotta come le religiose che vivevano prima nel monastero. Il Vescovo tuttavia accettò la richiesta di Lucrezia e così il 15 gennaio 1461, dal confessore del monastero Niccolò ella fu accolta nella comunità col nome di Eustochio, in ricordo della dama romana discepola di San Girolamo. Circa l'etimologia del nome troviamo nel Salìo: «Eustochio che per alcuni così latinamente come volgarmente, non senza errore, Eustochia s'appella, è nome greco diminutivo, perciò neutro, che suonerebbe come Eustochietta», da EYCTOXAZOMAI, che significa «miro bene, faccio centro, sono buon indovino».
Durante le cerimonie, il sacerdote, dopo aver comunicato un'altra conversa, Paola, si accinse a comunicare anche Eustochio: in quel momento la Sacra Ostia cadde a terra e le monache, già prevenute, cominciarono a fare mille supposizioni sull'insignificante episodio.
IV
Da quando Eustochio aveva quattro anni fino al 30 agosto 1461, cioè ad un mese dalla festa di S. Girolamo, il demonio non si era più manifestato in maniera visibile. Per alcuni biografi invece esso rimase nascosto solo per otto mesi e dodici giorni, cioè dalla data in cui fu accettata nella comunità fino alla fine di agosto del 1461. In questo periodo ella cominciò a moltiplicare le piccole mancanze che commetteva di solito ed appariva molto agitata; il confessore del monastero, Gerolamo Salicario, che la confortava sempre, pensò bene di svelare alla Badessa e alle altre monache che Eustochio era posseduta dal demonio. Tra le monache la cosa suscitò una specie di ribellione, e nessuna le rivolgeva più la parola. Il primo ottobre 1461 (il giorno seguente la festa di S. Girolamo), nel chiostro accadde un incidente: Eustochio, spinta dal demonio, minacciava con un coltello le altre monache; il Salicario, accorso, costrinse, con degli esorcismi, lo spirito a parlare, e questo disse, per bocca di Eustochio, di essere stato inchiodato a un banco da S. Girolamo, protettore della monaca. Effettivamente, sembrava che ella non potesse muoversi di li e poiché continuava ad agitarsi pericolosamente, la legarono ad una colonna per qualche giorno. Poi si calmò; ma naturalmente era troppo peggiorata l'opinione che di lei avevano le compagne. Di lì a poco la Badessa s'ammalò e i medici non riuscivano a capire la natura del male, mentre essa continuava a peggiorare.
Inoltre si trovarono nel monastero strane «cose superstíziose», come le definisce il Cordara, e si pensò che fossero oggetti magici usati da Eustochio per avvelenare la Badessa seguendo gli insegnamenti delle sciagurate monache di prima.
V
Per mandato episcopale, in seguito a questi fatti, Eustochio venne incarcerata come fattucchiera, in attesa di essere processata e messa a morte.
Con lei venne imprigionata anche Paola, un'altra conversa, sospettata della stessa colpa solo perché era stata vista rivolgerle la parola. Paola fu poi liberata, mentre Eustochio rimase nel carcere. Le passavano soltanto pane e acqua ed ogni tre giorni veniva lasciata completamente a digiuno: i suoi carcerieri pensavano così di indurla a confessare. Intanto il popolo, tanto facile a lasciarsi influenzare dall'opinione di pochi, tumultuava fuori del monastero volendo bruciarla viva senza processo.
Ella passava tutto il suo tempo pregando per resistere alle tentazioni del demonio che le prometteva di rompere i catenacci e aprire le porte della prigione se avesse negato Cristo. Erano state scelte appositamente come sue carceriere due monache che l'avevano particolarmente in odio. A queste un giorno ella chiese il Breviario come conforto, ma le fu rifiutato. Intanto il demonio continuava a tormentarla: mentre pregava la pungeva un vespone dal quale poteva schermirsi soltanto recitando «sub tuum praesidium» e inoltre si sentivano nella cella rumori insoliti che la distraevano dalla meditazione.
VI
Il Salicario, convinto della sua innocenza, cercava di intercedere per lei presso la Badessa e gli fu infine permesso di avere un abboccamento con Eustochio. Alle domande del Confessore, però, la monaca affermò davanti a tutti di essere lei la colpevole del veneficio; ciò convinse tutti tranne il Salicario il quale, supponendo che ella fosse stata costretta dal demonio a dire simili cose, volle tornare il giorno seguente a interrogarla: questa volta Eustochio negò.
Un giorno fu scoperta mentre faceva cenni a una monaca dalla finestrella della prigione: volendo che ella restasse in completa solitudine si ordinò che fosse chiuso anche quell'unico spiraglio. Il Salicario sperando ormai soltanto nell'aiuto divino per far liberare Eustochio, implorò le preghiere delle monache del monastero di S. Gerolamo, divenuto poi di S. Teresa. La difficoltà maggiore stava nel riuscire a convincere dell'innocenza di Eustochio le alte personalità patavine: tutta la città infatti si interessava della questione, e per la monaca il sapersi ritenuta capace da tutti di aver avvelenato la sua Superiora era molto demoralizzante.
VII
Dopo tre mesi di prigionia un Angelo apparve alla Badessa ordinandole di liberare Eustochio senza processo, mandandola via dal monastero; esso altri non era che il demonio, il quale sperava così finalmente che Eustochio, su ingiunzione della Superiora stessa, sarebbe caduta nella tentazione di abbandonare il monastero per ritornare nel mondo. La Badessa allora chiamò il suo fratello maggiore Francesco de Lazara, affinché facesse da intermediario.
Egli, recatosi da Eustochio, le promise uno sposo ed una buona dote qualora avesse abbandonato il monastero: infatti ella non aveva ancora pronunciato i voti e quindi poteva ancora liberamente uscire dalla comunità. Le ricordò inoltre che suo padre l'amava e poteva darle un'ottima sistemazione. Non riuscendo a convincerla, il de Lazara le propose almeno di cambiare monastero dato che qui non era ben vista dalle compagne; ma ella rifiutò decisamente e di fronte a tanta fermezza di proposito anche il de Lazara si convinse della sua innocenza e cercò insieme al Confessore di persuadere la sorella e le altre monache a scarcerarla. Queste adducevano come pretesto per non liberarla il fatto che essendo stata incarcerata per mandato episcopale, anche per liberarla era necessario un ordine del Vescovo; ma poiché questi era da tre mesi in una villa fuori città, per evitare il contagio della peste che v'infuriava, ciò non era possibile.
Tuttavia il Salicario garantì per lei ed Eustochio fu egualmente liberata.
VIII
Fu rinchiusa però in infermeria, una prigione più luminosa e vicina alle celle delle malate.
Un giorno il demonio, che quando parlava per sua bocca diceva di chiamarsi Mamon, toltale la benda e lo scapolare, cercò di strozzarla: le monache, richiamate dal chiasso che si sentiva nella infermeria e non ricevendo risposta alle loro invocazioni, sfondata la porta, la trovarono a terra svenuta e subito si prodigarono per rianimarla. In seguito una conversa di nome Dalmatina si ammalò di peste, o almeno così si credette sulle prime; venne affidata ad Eustochio nella speranza che anch'ella venisse contagiata.
Eustochio spesso sveniva quando serviva Dalmatina che naturalmente si spaventava; allora un'altra conversa di nome Eufrasia le offrì amicizia sino alla morte: quando la vedeva agitata, le gettava addosso la stola per cacciare il demonio e l'aiutava nella sua opera di assistenza. Dalmatina, intanto, poco a poco guarì e allora si comprese che non era stata malata di peste.
Così Eustochio fu finalmente messa in libertà ma con numerose proibizioni: non poteva recarsi nel coro nè in chiesa per i sacri offici; non poteva andare in parlatorio nè conversare con alcuno, nemmeno con i suoi parenti. Le altre monache aveva no l'ordine di schivarla, pena la «scomunica», vocabolo che però in questo caso indica soltanto l'espulsione dalla comunità di S. Prosdocimo. Inoltre si diceva che Eustochio fingesse di essere tormentata dal demonio per suscitare pietà.
IX
Ella ricambiava quest'odio con altrettanto amore e recitava spesso le preghiere della solennità di S. Stefano, in cui appunto è invocato l'aiuto del Santo per poter amare i propri nemici.
Per quattro anni consecutivi il demonio continuò a tormentarla con incredibile crudeltà e nei modi più impensati: la batteva con un flagello di funicelle armato di punte di rame molto aguzze, la sfregiava e le incideva profondamente le carni con un coltello, specialmente al collo, sì che grondava sangue; la trascinava per terra, la gettava violentemente al suolo, la bastonava, la legava con funi così strettamente da toglierle ogni possibilità di movimento. Il demonio non le concedeva requie: le incideva le vene, la stringeva con un irsuto cilicio, le comprimeva la testa, gliela immergeva nell'acqua gelida, la costringeva a bere grandi recipienti colmi d'acqua mista a calcina e vernice. Una volta le fece persino mangiare una spugna fritta con olio puzzolentissimo, cosa che, secondo il parere dei medici, sarebbe bastata da sola ad avvelenare una persona. E non è tutto: spesso la povera Eustochio si sentiva come bruciare tra le fiamme di un rogo; altre volte le sembrava che tante lame di rasoio le straziassero le carni.
Un giorno il demonio la portò addirittura su di un'altissima trave e, tra lo sgomento generale, minacciava di gettarla a terra se non avesse rinnegato Cristo, quando sopraggiunse il Salicario e la salvò scacciando il demone con gli esorcismi di rito. Un'altra volta la trascinò e la rinchiuse nella sala del Capitolo dove, pronunciando orribili bestemmie, la ferì a sangue; per quest'ennesima vessazione, però, il demonio fu punito da S. Gerolamo e da S. Luca, dai quali diceva di essere battuto e trattenuto. In seguito infisse ad Eustochio un coltello nel petto minacciando di colpirla al cuore, ma ella, incrollabile nella sua fede, gli rispose di inciderle sul petto dalla parte del cuore il nome IESU, ed effettivamente quando dopo la sua morte le sorelle la spogliarono per lavarla, trovarono questa parola incisa sul suo corpo.
X
Le monache, vedendola tanto soffrire, cominciarono finalmente ad averne compassione e la portarono nella Basilica di S. Giustina a visitare la tomba di S. Luca, protettore degli indemoniati: da questa visita ella trasse molto beneficio e il demone sciolse la corda che la cingeva strettamente ai fianchi e da allora non gliela rimise più.
Eustochio si confessava spesso e ogni sette giorni si comunicava.
Finalmente, all'inizio del 1465 fu ammessa al coro e il 25 marzo alla professione; già quattro mesi prima, il giorno di S. Martino (11 novembre 1464) si era votata a Dío alla presenza del confessore, in ginocchio davanti alla Badessa e alle altre religiose, a porte chiuse. Il Salio afferma che ai suoi tempi si conservava ancora il manoscritto della patente che ella teneva in mano quando professò i voti. Essendo molto debole per le vessazioni del demonio e per le penitenze che s'imponeva, non poté nemmeno alzarsi dal letto per andare in Chiesa a ricevere il velo nero. Pertanto il 14 settembre 1467, festa dell'Esaltazione della S. Croce lo ricevette, invece che dal Vescovo, dal confessore che glielo portò a letto. Sei giorni dopo, rimessasi in forze, tanto che alle sorelle parve un miracolo, il giorno di S. Matteo (21 settembre) poté recarsi in Chiesa a ricevere ufficialmente il velo; ma senza pompe, da un semplice sacerdote, perché nella sua umiltà non volle scomodare il Vescovo.
XI
Eustochio conduceva sempre una vita esemplare, rinunciava ai più piccoli piaceri come a ricamare, attività in cui era bravissima e ad andare in parlatorio. Stava sempre sola meditando sui libri spirituali ed aveva frequenti, edificanti colloqui col confessore intorno ai problemi dell'anima. Leggeva spesso la S. Scrittura, soprattutto le Epistole di S. Paolo, le Confessioni di S. Agostino, le lettere di S. Gerolamo e di S. Bernardo e i dialoghi di S. Gregorio. Giudicando di non dover possedere nulla per sè diede alla Badessa la chiave della cassettina dove teneva le sue povere cose e quasi tutte le altre monache seguirono il suo mirabile esempio.
Nel coro scelse il posto più nascosto perché i suoi occhi non si posassero sui fedeli o sul celebrante. Serviva e obbediva a tutte le monache, pregava per loro e per i suoi genitori, e con le sue preghiere riuscì a fare in modo che suo padre morisse piamente.
In tutte le vessazioni non si lamentava mai, anzi sorrideva sempre e ringraziava il Signore. Per dimostrare quanto ella fosse virtuosa, i suoi biografi riportano un episodio significativo: le nozze di Caterína Cornaro con Giacomo re di Cipro avvennero con tanto sfarzo che se ne parlava ovunque in città e anche nel monastero; ma Eustochio a questo proposito ebbe a dire che non avrebbe cambiato i suoi tormenti con tutte quelle gioie e quei piaceri. Intendeva così dire che preferiva soffrire nel corpo in questa vita per Cristo, piuttosto che avere gioie momentanee e passeggere.
La sua grande fede era animata dalla profonda convinzione che la vita terrena è soltanto una prova cui Dio sottopone ciascun uomo in vista del premio o del castigo eterno. Appunto per questo riteneva di essere particolarmente fortunata per quelle terribili vessazione che mettevano a dura prova la sua costanza in Cristo e che certamente avrebbero portato altri a rinnegarlo.
Non paga di quei tormenti che le procurava il demonio, s'imponeva altre penitenze da sè: ad esempio mangiava pochissimo, una sola volta al giorno, verso sera, e lo faceva quasi con schifo, perché le sembrava di cedere ai sensi nel gustare il cibo.
Non volle mai nutrirsi di carne, nemmeno quando era ammalata e debolissima. Inoltre digiunava molto spesso anche per due o tre giorni di seguito. Era tanto schiva di ogni vanità che si contentava di possedere una sola veste. Pur soffrendo d'insonnia si alzava sempre la mattina presto per recarsi in Chiesa ad ascoltare la S. Messa. Sempre per non indulgere alla benché minima gioia dei sensi, non si concedeva mai la vista di un oggetto curioso, né una vivanda gustosa o una amena passeggiata. Pur essendo tanto debole da doversi reggere col bastone a soli ventitré anni, continuava a digiunare due giorni la settimana. A causa di queste privazioni la sua bellezza era completamente sfiorita, il suo fisico debilitato, ma la sua mente restava sempre ferma in Cristo.
XII
Non si limitava però alle sole mortificazioni corporali, ma pregava anche molto. La sua devozione si rivolgeva in particolare alla Vergine Maria. Fin dai tempi in cui era stata incarcerata soleva recitare ogni giorno una corona di Salmi le cui iniziali componevano il nome di «MARIA»: «Magnificat», «Ad Dominum cum tribularer», «Retribue servo tuo», «Iudica me Deus», «Ad te levavi oculos meos», premettendovi il Salmo «Domine labia mea aperies»; oppure recitava un'altra corona di preghiere le cui iniziali formavano pure il nome della Vergine: « Missus est», «Assumpta est», «Rubrum quem viderat Mojses», «In odorem», «Ave Maria».
Altre sue preghiere preferite erano: «Ego mater pulchrae dilectationis», «Memento salutis Auctor», «Qui Rabitat», «Sub tuum praesidium», «Kjrie elejson», «Pater nostrr», «Interveniat pro nobis quaesumus Domine».
Era particolarmente devota di S. Gerolamo, S. Luca, S. Giuseppe, S. Anna, S. Gioacchino, S. Elisabetta, S. Giovanni Battista, S. Paolo, cioè di quei santi che più erano stati vicini alla Madonna e a Gesù, oltre S. Gerolamo e S. Luca protettori degli indemoniati e S. Paolo che onora tanto il nome di Gesù, ripetendolo spesso nelle sue Epistole.
Teneva .sempre con sé un Crocifisso: pregava dinanzi alle semplici, divote immagini della Passione, appese alle pareti della sua modestissima cella. Ad esempio, davanti all'immagine di Gesù legato alla colonna di Ponzio Pilato recitava molti «Pater» ed «Ave» con le mani legate dietro la schiena.
XIII
Nonostante ella fosse debolissima, il demonio continuava a tormentarla: ad esempio, una volta ella consegnò al confessore un flagello intriso di sangue, con cui disse di essere stata battuta. E tale flagello secondo il Salicario aveva un grande effetto sui sensuali.
Comunque Eustochio continuava nella sua vita esemplare cercando sempre di raggiungere una maggiore perfezione. Eseguiva gli ordini della badessa e del confessore senza chiedersi se fossero più o meno giusti, dato che la regola di S. Benedetto prescrive la più assoluta obbedienza; consultava i suoi superiori anche per cose di poca importanza. Ella sentiva venir meno in sé la forza vitale e comprendeva di essere ormai vicina a morire. La morte però non la spaventava, perché avrebbe potuto così riunirsi a Gesù e per prepararsi bene a questo passo decisivo, negli ultimi due anni della sua vita pregava continuamente.
Volendo restar sola nella sua meditazione, chiese ad Eufrasia di dire alle compagne, le quali per pratica pietosa volevano visitarla, che non la distraessero, ringraziandole comunque del loro buon cuore. Per vincere anche quel minimo timore che il pensiero della morte suscita in ogni uomo, ella volle essere presente nel momento del trapasso delle cinque consorelle che resero l'anima a Dio nell'ultimo anno della sua vita.
Il suo unico conforto spirituale in ore così dure in cui il demonio cercava di vincere quel fisico ormai tanto provato, era il poter conversare con il suo confessore. I biografi affermano che il demonio, per toglierle anche quell'ultima consolazione, fece sì che il Salicario provasse noia di quei colloqui e abbandonasse Eustochio ai suoi tormenti. Ma ecco che quando ella invocava l'intercessione della Vergine recitando cento «Ave», egli veniva, dicendosi spinto da una forza occulta.
Si comunicava e si confessava sempre più spesso perché la presenza di Cristo in lei rafforzasse il suo spirito. Il demonio faceva i suoi ultimi più tremendi tentativi: cercava invano di tagliarle le arterie e la squarciava. Ormai quello che usciva dalle ferite non era più sangue ma acqua sanguigna. Aumentarono anche di più le vessazioni dall'inizio dell'Avvento 1468 fino al giorno precedente la Purificazione di Maria (2 febbraio 1469), cioè fino ad undici giorni prima della morte. Poi cessò il demonio di tormentarla nel corpo, travagliando invece il suo spirito: le procurava visioni di divertimenti sfrenati, di orge e bagordi; la terrorizzava dicendole che certamente sarebbe andata all'inferno. Sperava in questo modo di perderla, suscitandole qualche cattivo pensiero. Ma Eustochio, prendendo spunto da ciò, ammoniva Eufrasia che neppure in punto di morte possiamo essere certi della nostra salvezza, poiché basta un unico cattivo pensiero per rendere vana la fatica di tutta una vita condotta santamente.
XIV
Ormai la sua vita volgeva al termine: tuttavia sette giorni prima della morte, raccogliendo le sue ultime forze, per grazia del Signore poté andare in Chiesa per prendere il Viatico e fu quella l'ultima volta che vi si recò. La domenica precedente la morte chiese di confessarsi sentendo che sarebbe stata l'ultima volta.
Pregò poi Eufrasia di non lasciarla sola quella notte, e quella sorella che, sola fra tutte, l'aveva assistita e confortata nelle sue atroci sofferenze, in quel momento supremo non l'abbandonò.
Nel silenzio della celletta quella vita si spegneva. Eufrasia vegliava accanto a lei nell'oscurità. Quand'ecco, verso mezzanotte, si udì un cupo rumore. La sorella trasalì e le parve che quel rumore fosse prodotto da qualcuno che cercava di arrampicarsi lungo il muro della cella per uscirne. Poi la celletta ripíombò nel silenzio e il chiarore argenteo dei raggi della luna che filtravano dalla finestrella fece apparire agli occhi di Eufrasia la serena bellezza di quel volto non più turbato dalla presenza del demonio.
Il nuovo giorno la trovò ancora viva, composta nella sua serenità. Eustochio volle chiamare a sè la badessa e le altre monache per dar loro l'ultimo saluto. Chiese loro perdono del male esempio e del disturbo che aveva arrecato con i suoi travagli. Poi chiuse gli occhi e senza che nessuno se ne accorgesse; come se si fosse dolcemente addormentata, spirò. Era il lunedì 13 febbraio del 1469.
XV
Immediatamente dopo la sua morte numerosi furono i prodigi che confermarono la sua santità. Nel momento in cui ella spirava il confessore s'addormentò e gli apparve in sogno la Beata rilucente di gloria che gli disse: «O quanta dolcezza, o quanta allegrezza, o quanta beatitudine!». Poi scomparve ed egli si destò con una soave dolcezza nel cuore. In quell'ora ad alcuni cittadini parve di vedere l'immagine di Eustochio che ascendeva al cielo e così, prima ancora che la notizia della sua morte fosse data ufficialmente dalle monache, l'accaduto si venne a sapere in città. Coloro che, mentre era viva, l'avevano calunniata, la piansero pentiti. Le sorelle meste si accinsero a compiere le pietose pratiche funebri: com'era d'uso ne lavarono il corpo e trovarono inciso sopra il cuore il nome IESU, segno evidente dell'amore ch'ella portava a Cristo anche nei tormenti più atroci. Dal suo corpo emanava un soave odore che non trovava riscontro in alcuno dei profumi esistenti nella terra e che venne perciò definito dai biografi «odor di Paradiso». Tale profumo perdurò per anni e anni nei pressi del sepolcro; era però percepibile non da chi vi si accostasse per curiosità, ma solo da chi vi si recasse a pregare. Dopo averla lavata, dunque, le sorelle la vestirono dell'abito monacale e la seppellirono in terra nel chiostro del monastero. Intanto si sparse dentro e fuori città la fama della santità di Eustochio, accresciuta da numerosi prodigi e si composero inni e preghiere in suo onore, sebbene il culto non fosse ancora autorizzato. Grande era l'afflusso dei fedeli al suo sepolcro soprattutto degli indemoniati che ricevevano molto beneficio e spesso guarivano grazie a queste visite. Il vescovo Iacopo Zeno volle allora sincerarsi della veridicità di questi miracoli e fece portare sul suo sepolcro una donna riconosciuta ossessa: questa, più si avvicinava alla tomba, più smaniava, tanto che nell'ultimo tratto dovette esservi trascinata a viva forza. Giuntavi urlando, vi restò come inchiodata sopra, e tentò di strangolarsi con una di quelle funicelle che servivano a quel tempo a tener strette le maniche degli abiti femminili. Ma la corda si spezzò, evidentemente per un miracolo, perché il Salicario, che si trovava presente, avendo provato poi a spezzare la parte rimanente della funicella, per quanta forza vi mettesse, non vi riuscì. Fu questa un'ennesima prova della santità di Eustochio.
Tre anni e nove mesi dopo la sua morte, moltiplicandosi i miracoli e perdurando il profumo, il vescovo accordò il permesso di riesumare i resti per porli in più degna sepoltura. La traslazione avvenne il 16 novembre 1472, alla presenza di un certo Giovanni dottore e vicario del vescovo, di Taddeo Lucrini, gentiluomo veneziano, del Salicario, di tutte le monache e di altre personalità patavine. Benché Eustochio fosse stata inumata senza cassa si ritrovarono corpo e vesti intatti. La salma fu coperta di nuove vesti e le vecchie vennero usate per farne reliquie; quindi venne deposta in una cassa di cipresso nel Capitolo del monastero. Tre anni dopo, il 14 novembre 1475 la cassa fu trasportata in chiesa e posta alla sinistra dell'altar maggiore, cioè dalla stessa parte in cui si legge il Vangelo durante la S. Messa, in un monumento di marmo, sulla cui lastra fu inciso «Beata Eustochio Paduana».
Ogni anno, il 13 febbraio, giorno in cui si celebrava l'anniversario della sua morte, il corpo veniva trasportato dietro una grata da cui lo si poteva scorgere stando in chiesa, come se fosse stato in una cappella; intorno venivano collocati dei ceri e per tutta la giornata il popolo poteva recarsi a venerarlo. Nel 1676 fu costruito un apposito altare, ove però il corpo non era sempre visibile. Poiché il popolo voleva invece poterlo sempre vedere, nel 1721, secondo quanto dice il Salìo, o nel 1720, per il Cordara, le monache fecero erigere un altare di marmo sopra il piano del quale, tra le colonne, fu posta una tela con l'efige del transito della Beata. Posto in un'arca di cristallo, il corpo era visibile dietro una grata d'oro, lunga quanto l'arca, posta tra il piano dell'altare e il dipinto.
Con decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 22 marzo 1760, fu concessa al culto della Beata la messa «de Communi Virginum».
XVI
Dato che sin dalla sua morte moltissimi: erano stati i prodigi, la sua prima sepoltura non era stata richiusa, ma soltanto coperta con tavole. Dopo il giorno dell'Epifania del 1473 cominciò a sgorgare da tale fossa un'acqua limpidissima che venne definita non di natura terrena: dato che aveva effetti prodigiosi sugli ammalati, veniva attinta molto spesso, ma ciò nonostante saliva sempre allo stesso livello. In alcuni periodi cessava di sgorgare, ma poi tornava anche per un mese o più,. in quantità maggiore nei periodi di siccità, quasi a confermare la sua natura miracolosa. Nel vecchio monastero di S. Prosdocimo, in un chiostro terreno, vicino alla porta c'era un buco nel pavimento, circondato da una ringhiera di ferro, attraverso il quale si scendeva nella fossa, rivestita di mura come un camerino sotterraneo. Incassata nel terreno c'era una conca di marmo con cinque fori, uno per ciascun lato e uno sul fondo, da cui penetrava l'acqua, salendo fin quasi all'orlo della conca.
L'acqua miracolosa continuò a sgorgare fino al 26 aprile 1797, data in cui scomparve per riapparire il 20 gennaio 1798, quando, col sopraggiungere delle armate austriache, in Padova tornò la pace. Poi nel 1805 cessò per sempre di sgorgare. In esecuzione del decreto napoleonico del 5 aprile 1806 la chiesa di S. Prosdocimo con l'annesso monastero e quindi anche la fonte furono di strutti, e le monache si trasferirono nel monastero di San Pietro Apostolo.
Il 12 settembre 1806, alle due del mattino, il corpo della Beata fu traslato di nascosto nella Chiesa di S. Pietro; durante il tragitto scomparvero, forse rubate, due dita e una parte della mano destra della Beata. Non ostanti le precauzioni perché il trasportò rimanesse segreto, vi accorse una gran folla che segui il corteo finché il corpo fu collocato nella cappella che guardava il Capitolo delle monache di S. Pietro, allora chiamata «del Rosario».
Nel chiostro adiacente fu installata la vasca dell'acqua miracolosa, sperando, ma invano, che ritornasse a sgorgare. Ma ecco che con il decreto napoleonico dell'undici maggio 1810 venne soppresso anche il monastero di S. Pietro, che divenne proprietà privata e la vasca venne riposta in uno stanzino, dietro la tomba.
Più tardi, sia il monastero che la Chiesa furono adibiti a deposito militare, e una mano ignota incise presso la tomba «12 settembre 1806, Beata Eustochio Patavina».
Nel 1834 Monsignor Scarpa fece abbellire con marmi l'altare che fungeva da sepolcro, e il Guglielmi dipinse una tela raffigurante la Beata che vince il demonio. Il 13 febbraio 1835 il corpo rimase per tutto il giorno esposto alla venerazione del pubblico in una ricca bara attorniata da molti ceri offerti dai fedeli. La sera si fece gran processione con intervento di fanciulli capitati negli orfanatrofi, di componenti le confraternite, di padri conventuali, cappuccini e di molti altri ordini. Grande fu in quell'occasione il tributo di pietà che il popolo offrì alla Beata.
E' la Beata invocata
Contro ogni sorta di diaboliche tentazioni, contro le possessioni, le infestazioni, le calunnie, le ingiustizie e le prepotenze, per ottenere lume per ben conoscere e riconoscere il diavolo, e forza per superarlo.
Recita ogni giorno la seguente orazione:
Prega per noi Beata Eustochio
Affinchè siamo degni delle promesse di Cristo
Preghiamo
Onnipotente Eterno Dio, che rafforzasti la Beata Vergine Eustochio contro le potenze delle tenebre con una ammirevole virtù e una invincibile pazienza, per i suoi meriti e le sue preghiere, concedici, una volta liberati da ogni demoniaca influenza, di servirti con l'animo riposto in Te.
Per Cristo Nostro Signore, AMEN (Decreto della Sacra Congregazione dei Riti - il 22 marzo 1760) Cinque Pater, Cinque Ave, in onore elle cinque Piaghe dei Redentore
Chi ricevesse grazie per intercessione della Beata Eustochio è pregato di ciò il Rettore della Chiesa di S. Pietro a Padova (Via S. Pietro, 127 - 35139 Padova).
Estratto dalla Rivista «Padova e la sua provincia» Stampato dalle Grafiche Erredicì Padova
Novembre 1982
domenica 5 febbraio 2012
Guarire Scoprendo Il Nostro Peccato
(Tarcisio Mezzetti)
Perché il livello della criminalità continua a crescere e riempie sempre più le prigioni, e il livello delle malattie mentali è aumentato fino al punto che oggi negli Stati Uniti riempie un letto di ospedale su sei?
Il Dottor Psichiatra Karl Menninger, a questa domanda risponde nel suo libro intitolato: "Che cosa è successo al peccato".
Le nostre prigioni e le nostre cliniche mentali scoppiano perché l’uomo moderno non riesce a scoprire il proprio peccato.
Menninger ci scongiura di poter ancora fare la scoperta salutare che siamo peccatori perché un peccatore è uno che dice: io sono responsabile per le mie azioni fatte senza amore, ma io posso cambiare.
Quando noi feriamo noi stessi o feriamo gli altri, abbiamo la possibilità o di ignorare ciò che abbiamo fatto, oppure di lasciare che il processo distruttivo continui, oppure di riconoscere il male e di correggerlo.
Il Dottor Menninger elenca tre vie per arrestare un processo comportamentale distruttivo. La prima via è la prigione. Questa parte dall’assunto che noi siamo responsabili di quello che abbiamo fatto, ma non ci possiamo redimere e quindi bisogna andare in prigione.
La seconda è l’ospedale psichiatrico, nell’assunto che noi siamo mentalmente ammalati e quindi non conosciamo il male che stiamo facendo; bisogna quindi farsi ricoverare.
La terza via, la sola salutare, è che siamo dei peccatori, che siamo sani e che siamo responsabili: quindi persone che possono e che vogliono cambiare.
La forza di cambiare arriva quando, come peccatori sani, noi odiamo il peccato e amiamo il peccatore. Questo vuol dire capovolgere tutta la struttura culturale che noi abbiamo adesso. Facciamo un esempio: per noi il peccato e il peccatore sono la stessa cosa; considerate come ad esempio voi donne vi valutate se avete avuto una vita sbagliata: vi considerate donne cattive. Questo viene dal fatto che quando eravate bambini, quando facevate qualcosa di sbagliato, la vostra madre vi diceva: "cattivo" e magari anche uno schiaffo. Ma non eravate cattivi voi; avevate fatto una cosa sbagliata, ma non eravate cattivi. Noi siamo arrivati a concepire l’idea che se facciamo una cosa cattiva allora siamo cattivi, ma questo è sbagliato perché per Dio esiste sempre il peccato separato dal peccatore; per noi invece le due cose sono sovrapposte. E’ così perché nella società di oggi l’uomo vale per quello che fa; quindi conta se è abile, se ha fatto fortuna e soldi, carriera. Se poi è una persona molto intelligente ma le condizioni della vita non gli hanno permesso di sfruttarlo perché gli altri sono stati disonesti nei suoi confronti: questo non conta niente, quello che conta è quanti soldi ha in banca, quante automobili, ecc.
Se noi non odiamo il nostro peccato, noi diventiamo insensibili e callosi davanti al peccato, e non abbiamo nessuna preoccupazione di correggerci.
Se noi non amiamo il peccatore diventiamo depressi, oppure diventiamo scupolosi, senza alcun potere di correggere la nostra distruttività.
La scoperta, allora, del nostro peccato è una cosa salutare, perché significa che riusciamo a vedere la nostra distruttività. Per questo Gesù dice : lo Spirito Santo, Spirito di Verità, il Consolatore ci apre una dimensione di salvezza, perché ci mostra il peccato; ce lo mostra gentilmente come sa fare Dio, e ci fa capire che possiamo essere salvati. Se abbiamo la capacità di vedere la nostra distruttività, e ci assumiamo la nostra responsabilità per quello che abbiamo fatto, con Dio che ci ama e che ci dà il potere di farlo e facciamo tutti i passi necessari per cambiare il male che può essere cambiato, noi diventiamo più maturi, cresciamo oltre il peccato e guariamo.
Scoprire quindi il nostro peccato è cosa salutare, ma non è una cosa facile.
Padre Dennis Linn dice: uno dei modi più facili per me, per entrare in contatto con il mio peccato, e soprattutto con ciò che non posso perdonare in me, è di vedere quando reagisco troppo verso qualcun altro. Spesso reagisco eccessivamente al male di un altro, perché il male è in me.
Chiamo tale reazione: pagliuzzamento. Infatti dice la Scrittura: perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? Oppure come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio, poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello (Mt 7,3-5).
Un esempio di pagliuzzamento mi successe due anni fa, continua Padre Dennis, mentre facevo i miei trenta giorni di ritiro in un quartiere di una città dove vivono molti "Transients" ossia la feccia della società che vive nel massimo degrado. Transients significa "Vagabondi", sono persone senza radici, senza lavoro e senza famiglia, che vivono di espedienti o di assistenza pubblica. Avevo notato che ogni volta che ne incontravo qualcuno che veniva nella mia direzione, io attraversavo la strada andando sul marciapiede opposto per non incontrarlo.
Con sorpresa mi chiesi cosa significasse quella reazione e un giorno, durante la liturgia, decisi di pregare per loro. Dapprima pensai: qui non c’è nessun pagliuzzamento perché io sono così diverso da questi transients: questi sono senza speranza e io invece
ce l’ho, sono depressi e io no, hanno rinunciato a vivere e io no, non lavorano e bevono io invece lavoro e non bevo: non sono assolutamente come loro.
Ma più facevo esperienza nella mia mente di che cosa fosse la vita per i transients, più capivo che molti di questi erano senza speranza perché la vita aveva chiesto loro troppo e quindi essi avevano smesso di combattere e si erano arresi.
Nello stesso tempo sono riuscito a capire che il motivo per cui attraversavo la strada era il timore che essi chiedessero troppo a me. Temevo che essi mi chiedessero più aiuto di quanto io fossi disposto a concedere e così anche io li evitavo attraversando la strada. Eravamo perciò uguali, ognuno di noi aveva i propri meccanismi per squagliarsela quando le richieste della vita erano troppo alte.
Una delle cose, fonte di maggior guarigione, che feci durante il ritiro, fu di preparare in cucina un po’ di biscotti e di dividerli poi con un gruppo di transients. Mentre una sera mangiavamo biscotti in amicizia, cominciai a perdonare quella parte di me che si arrende e se la svigna.
Quando faccio il pagliuzzamento, di solito la prima reazione è questa: io non sono affatto come quella persona, sono molto diverso dai transients. Ma se guardo attentamente alle mie attitudini e ai miei sentimenti, io scopro invece quanto sono uguale a loro. I miei atteggiamenti e quelli dei transiens erano gli stessi: non volevo avere a che fare con gente che mi chiedeva troppo; i miei atteggiamenti erano gli stessi: paura e isolamento. Ho scoperto che la via più facile per far incontrare il mio pagliuzzamento e il mio peccato, con i miei sentimenti e con i miei atteggiamenti che devono essere cambiati, è quello di farmi una domanda: chi devo evitare?
Quando non sono in contatto con il mio pagliuzzamento, posso incontrare più facilmente il mio peccato, pensando a questo come ingratitudine. Per esempio: sono due cose per cui sono molto grato a Dio: che il Signore ascolta spesso le mie preghiere di guarigione e che ho una relazione molto stretta con mio fratello Dennis, dice padre Matt Linn.
Questi sono i regali che il Signore mi ha fatto, e il peccato è ogni modo in cui non sono grato per questi doni oppure io abuso di loro. Posso abusare del dono di pregare sulle persone quando io lo uso troppo e ne rimango esausto cosicché non riesco poi a pregare più per nessuno; oppure lo posso usare troppo poco, quando passo oltre una persona per cui invece il Signore vuole che io preghi. Poiché anche gli altri sono doni dati a me, io pecco quando uso troppo o troppo poco il loro dono. Per esempio, la mia relazione con Dennis è un dono ed io pecco quando lo chiamo a pregare sugli altri troppo o lo chiamo a pregare troppo poco.
Quando i suoi doni non crescono, la nostra relazione ha meno vita e non cresce.
Così. se voglio andare a prendere contatto con il mio peccato, devo solo cercare e trovare i miei doni, chiedendomi: di che cosa sono grato? Vedete qui due persone che si fanno due domande differenti: Padre Dennis dice: chi devo evitare? per scoprire il mio peccato. Padre Matt dice: di che cosa sono grato a Dio? Posso scoprire il mio peccato se divento cosciente dei miei doni. Un dono mi è stato dato per amore, e peccato è ogni modo in cui non amo, usando troppo o non usandolo abbastanza. Quindi vedete che il nostro peccato sta proprio accanto al nostro carisma.
Se uno dice: ma io non ho carismi! meno male, allora vuol dire che non hai peccati e che sei santo! Se invece noi abbiamo qualche dono, sappiamo che lì vicino ci sta anche il peccato; è sempre così nella storia di Dio.
Ma come posso trovare il mio peccato guardando ai miei doni, così posso trovare i miei doni guardando i miei peccati, perché sia i doni che i peccati vengono dalla stessa spinta. Una spinta che abbiamo dentro di noi, diventa un dono quando la sua energia viene usata per amare, e diventa un peccato quando non viene usata per amare.
Per esempio, San Pietro aveva una spinta impetuosa per primeggiare. Fu il primo ad avere il coraggio e a trovarsi in difficoltà per camminare sulle acque verso Gesù, gli altri non lo hanno fatto. Pensate alla grande fede che ha avuto mettendo il primo piede fuori dalla barca senza sapere se quella figura bianca era veramente Gesù o un fantasma.
San Pietro proclamò che non avrebbe mai abbandonato Gesù, anche se gli altri lo avessero fatto, e lo difese tirando fuori la spada e tagliando un orecchio a Malco nell’orto del Getsemani.
Questa spinta ad essere il primo era l’origine del suo orgoglio peccaminoso che lo spinse a fare tanto affidamento sulla propria iniziativa e troppo poco in Dio, finché abbandonato soltanto alle sue forze, rinnegò Gesù davanti ad una serva.
Ma quando Gesù risorto incontra Pietro sulla riva del lago (Gv 21) non gli chiede di schiacciare il suo desiderio di primeggiare, ma solo di incanalarlo in modo da guidare gli altri, pieno d’amore per pascolare il suo gregge. La prima tremenda domanda che Gesù gli fa è: Simone figlio di Giona, mi ami tu più di tutti costoro? Questa prima domanda di Gesù è una sfida incredibile che soltanto al primo poteva fare.
Allo stesso modo Gesù ci chiede di prendere la spinta contorta che sta dietro il nostro peccato e permetterle di diventare il dono pensato da Dio che ci era stato dato per amare come Gesù stesso.
Forse la ragione principale per cui il Signore vuole che noi guardiamo ai nostri peccati è che così noi scopriamo quali sono i nostri doni.
Padre Dennis Linn racconta: il tempo in cui ho peccato di più fu quando andai in Sud America a vivere in una comunità e a insegnare in una scuola. I membri della comunità non avevano molta speranza e così non comunicavano più tra di loro. Per i primi due mesi cercai di mettere insieme tutti, ma alla fine diventai arrabbiato e disgustato. Abbandonai perciò la scuola e la comunità e impiegai altri otto mesi a viaggiare per il Sud America.
In questo periodo sperimentai la maggior parte dei peccati capitali. Ero pieno di orgoglio mettendomi sempre in prima fila e dicendomi: non mi importa niente degli altri; subii le più forti tentazioni sessuali della mia vita. Ero sempre arrabbiato ed estremamente pigro; ma la stessa spinta che mi portava ai miei peccati, mi portava anche ai miei doni.
La maggior parte dei miei doni che oggi tengo maggiormente in considerazione sono sviluppati da quel tempo peccaminoso in Sud America quando combattei contro la mia spinta verso l’intimità, nel mezzo della mia solitudine e del mio scoraggiamento.
Per esempio, uno dei doni che più apprezzo è quello di costruire comunità. Varie volte i Gesuiti mi hanno chiesto di essere il superiore di una comunità. Il Superiore è il responsabile della costruzione della comunità e della riunione dei suoi membri.
Io posso farlo perché quando tornai dal Sud America cominciai a sviluppare il dono di costruire comunità molto affiatate, cosicché pochi dovessero poi attraversare e subire ciò che io avevo dovuto subire.
Un altro dono molto importante è la mia vita di preghiera, ma fu il Sud America a farmi diventare serio nella preghiera. Vivendo una vita così isolata, mi resi conto che se non avessi instaurato una stabile relazione con Gesù, sarebbe stato meglio che avessi lasciato i Gesuiti e mi fossi sposato. Così molti dei doni che oggi ho sono nati dal periodo più peccaminoso della mia vita.
Questa cosa che ci viene detta ora, è veramente una cosa preziosa; per esempio, chi può essere la persona che aiuta di più un drogato ad uscire dalla droga e a ricostruire se stesso, a ritrovare Gesù, a ricostruire il suo equilibrio nella vita? Chi può essere? Chi è stato un drogato! Da chi può essere aiutata una donna che fà una vita dissipata o fà la prostituta? Da una donna che ha conosciuto anch’essa quel tipo di vita; conosce le angosce e le sofferenze per parlare a cuore aperto. Quale persona può aiutare di più un padre o una madre che hanno perduto il proprio figlio? Una persona che ha fatto quella esperienza.
Ma chi può aiutare meglio una madre che ha il figlio che non crede in Dio e che si ribella e magari diventa un delinquente? Un’altra madre che ha avuto la stessa sofferenza e che ha imparato a portarla avanti con Gesù, e ha vinto.
Vedete come l’esperienza fatta nel male, a qualsiasi livello, nostro e di chi sta vicino a noi, diventa, sotto l’azione della grazia, una spinta potente per aiutare i nostri fratelli.
Un’idea che mette insieme l’idea del pagliuzzare, del peccato e del dono, è la pietà di Michelangelo. Alcuni anni fa uno squilibrato prese un martello e rovinò il viso di Maria. Quell’uomo aveva dentro di sé così tante tenebre che poteva guardare un’opera d’arte bellissima, e scorgere in essa qualcosa da distruggere.
Pagliuzzare è quando l’oscurità che è dentro di noi balza fuori verso un’altra persona e ci dice: lì c’è il male. Noi vogliamo che gli altri cambino o perfino che siano distrutti, mentre in verità il male è dentro di noi, e siamo proprio come quello che vediamo negli altri.
Il danno alla Pietà ci illustra anche l’idea del peccato e del dono, perché ciò che lo rese così drammatico per il mondo è che la Pietà è un’opera così bella che anche il più piccolo segno fatto su di essa era una tragedia.
Più conosceremo la nostra bellezza e più conosceremo i nostri doni, più conosceremo il nostro peccato che sta rovinando, davanti agli occhi di Dio, la nostra bellezza.
Se non vedremo i nostri peccati però, non ci renderemo conto che anche il più piccolo segno sulla nostra coscienza, è una tragedia agli occhi di Dio.
Il Signore vuole che ci consideriamo per quello che ciascuno di noi vale; e quanto è questo valore? A caro prezzo siamo stati comprati! Tutto il Sangue di Gesù, non come pensa il mondo il quale pensa: tutto il sangue per tutti gli uomini di tutti i tempi, quindi per me: un solo globulo rosso…Se in tutto il mondo ci fossi stato solo te, Gesù sarebbe morto lo stesso solo per te perché per Dio anche una sola persona è così preziosa (ricorda la pecorella smarrita).
In Marco 5, quando Gesù attraversa tutto il lago di Genezaret, incontra l’indemoniato geraseno, lo libera da migliaia di demoni, e poi, dopo aver fatto tutto questo, arriva la gente del posto e lo caccia via: è andato avanti e indietro sul lago per salvare una persona sola (è un esempio).
La cosa più interessante che ci viene dall’esempio della pietà è che ci mostra quello che Dio fa anche con il peccato: lo ripara e ci rende perfino maggiore bellezza di quanta ce ne era stata prima. Molti maestri d’arte hanno lavorato per riparare la Pietà, così che adesso non si vede più che è stata danneggiata, anzi, nella Pietà oggi c’è perfino una nuova bellezza. Questo è ciò che il peccato fa in noi: può darci una nuova bellezza se noi lasciamo che il Signore ci ami. Mentre molti artisti hanno guardato la Pietà e hanno scelto di considerarla un’opera preziosa come un dono, uno squilibrato ha guardato la stessa Pietà ed ha scelto di distruggerla.
Ogni volta che ricordiamo un evento peccaminoso nella nostra vita, ci viene offerta la stessa scelta: di considerarla un dono, o di distruggerla.
Nella parabola del Figliol prodigo, due persone guardano allo stesso avvenimento e reagiscono in modo differente: per il fratello maggiore è una disgrazia, per il padre è il più grande dei doni. Il padre può dire: io odio la distruzione che è avvenuta per mezzo del peccato, ma adesso ne stanno nascendo dei doni, ne nascono delle grazie. Il padre dice: adesso io e mio figlio possiamo essere più vicini che mai.
La sfida vera è di guardare al nostro peccato e vedere il dono che vede il Signore e che Lui promette di cavare fuori dal male.
Del resto ha detto San Paolo: tutto concorre al bene di coloro che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno (Rm 8, 28).
Adesso rilassatevi e mettetevi in preghiera respirando profondamente. State con Maria ai piedi della croce e prendete il Corpo freddo e straziato di Gesù, coperto di sangue; quel Corpo così bello ma anche così rovinato.
Guardate le sue innumerevoli ferite e sentite il dolore che viene in voi, partecipando alla profondissima angoscia di Maria: Gesù ha dato fino all’ultima sua goccia di Sangue e tuttavia coloro che Egli ha guarito, ancora lo respingono e rifiutano il suo perdono.
Dite a Maria che volete che la morte di Gesù provochi in voi un cambiamento; poi tenete Gesù fra le braccia e pronunciando le parole: Signore Gesù, pietà di me, inspirate il perdono di Gesù, su dai piedi, attraverso le gambe, su dentro di voi fino a che il perdono di Gesù ha riempito tutto il vostro corpo.
Con una pena ed un dolore che cresce ad ogni respiro, anelate alla misericordia di Gesù, come cercate l’aria. Fate che il vostro respiro colmo del perdono di Gesù si riversi e purifichi ogni parte del vostro corpo di cui Gesù vi ha fatto dono e di cui voi avete abusato per peccare.
Chiedete a Gesù di rivelarvi il peccato di ogni parte del vostro corpo: ad esempio quando avete adoperato le vostre orecchie, la vostra bocca, le vostre mani ecc., per udire, parlare, toccare troppo o troppo poco. Fate che il vostro respiro purifichi, mediante la Misericordia, le vostre orecchie, la vostra bocca, le vostre mani. il vostro cuore; ogni organo, ogni parte in cui Gesù vi rivela il peccato.
Inspirate in ogni parte del vostro corpo, il perdono di Gesù. Consacrate quella parte dei suoi doni, al Padre, e mentre questo avviene, guardate Maria e assorbite il suo sorriso mentre Ella vede Gesù vivere in voi.
Fate il canto in lingue.
Dobbiamo ringraziare il Signore di averci fatto scoprire questa sera, che siamo preziosi ai suoi occhi, che siamo amati, e che il nostro corpo è pure amato da Lui perché ci ha creati.
Ci ha fatto capire che ci ama anche se siamo peccatori, anche se odia il nostro peccato, ci ama ed è morto per noi.
Molti avranno sentito questa sera l’effetto di tenere fra le braccia Gesù che è morto per noi; potevamo osservare le sue orribili ferite. Ma anche dire in qualche modo: questo Gesù è mio perché mi si è regalato Lui; mi ha fatto il regalo di sé.
innamorati della lode
giovedì 2 febbraio 2012
Bagno di luce
Signore, sono una piccola candela
accesa dal Tuo soffio d'Amore:
Fa' che io sia sempre luce
per chi e' nelle tenebre,
fa' che il vento delle cose del mondo
non si abbatta mai sulla mia piccola fiammella.
Signore, ch'io viva
per poterTi dare gloria,
per essere la Tua messaggera di luce.
Fa', che io non mi risparmi mai,
quando mi si chiede di donare
nel Tuo nome,
per essere una voce che canti la Tua lode,
un segnale di luce per chi e' lontano
dal Tuo regno santo.
Donami la capacita' di evangelizzare
i fratelli che Ti ignorano,
che ignorano la dolcezza del Tuo Amore,
la stessa Tua capacita' di attendere
che anche l'ultimo agnello smarrito
torni all'ovile, che anche l'ultimo uomo
dell'ultima terra abitata
possa conoscere la dolcezza
del Tuo nome santo.
Che tutti gli invitati alle nozze
non disertino il banchetto,
dove Tu, Signore, Ti fai pane, vino,
carne e sangue
in virtu' del Tuo Amore senza Tramonto.
(Per il giorno della candelora)
(Anna Marinelli)
accesa dal Tuo soffio d'Amore:
Fa' che io sia sempre luce
per chi e' nelle tenebre,
fa' che il vento delle cose del mondo
non si abbatta mai sulla mia piccola fiammella.
Signore, ch'io viva
per poterTi dare gloria,
per essere la Tua messaggera di luce.
Fa', che io non mi risparmi mai,
quando mi si chiede di donare
nel Tuo nome,
per essere una voce che canti la Tua lode,
un segnale di luce per chi e' lontano
dal Tuo regno santo.
Donami la capacita' di evangelizzare
i fratelli che Ti ignorano,
che ignorano la dolcezza del Tuo Amore,
la stessa Tua capacita' di attendere
che anche l'ultimo agnello smarrito
torni all'ovile, che anche l'ultimo uomo
dell'ultima terra abitata
possa conoscere la dolcezza
del Tuo nome santo.
Che tutti gli invitati alle nozze
non disertino il banchetto,
dove Tu, Signore, Ti fai pane, vino,
carne e sangue
in virtu' del Tuo Amore senza Tramonto.
(Per il giorno della candelora)
(Anna Marinelli)
NON SCENDO DALLA CROCE Di Fulton j Sheen,vescovo
Ero uscito di casa per saziarmi di sole.Trovai un uomo che
si dibatteva nel dolore della crocifissione.Mi fermai
e gli dissi:"Permetti che ti aiuti"?Lui rispose:
Lasciami dove sono.
Non scendo dalla croce fino a quando sopra vi
spasimano i miei fratelli.
fino a quando per staccarmi
non si uniranno tutti gli uomini.
Gli dissi"Che vuoi che io faccia?"
Mi rispose:
Và per il mondo e di a coloro
che incontrerai che c è un uomo
che aspetta inchiodato alla croce.
si dibatteva nel dolore della crocifissione.Mi fermai
e gli dissi:"Permetti che ti aiuti"?Lui rispose:
Lasciami dove sono.
Non scendo dalla croce fino a quando sopra vi
spasimano i miei fratelli.
fino a quando per staccarmi
non si uniranno tutti gli uomini.
Gli dissi"Che vuoi che io faccia?"
Mi rispose:
Và per il mondo e di a coloro
che incontrerai che c è un uomo
che aspetta inchiodato alla croce.































